Milano 20 – "Moloch Tropical", di Raoul Peck – Concorso lungometraggi

moloch  tropicaCon Moloch tropical Raoul Peck ritorna a Milano, nella sezione del Concorso, per raccontare una tragedia del potere ispirata a Sokurov. La progressiva frantumazione del potere e dell’anima del protagonista è un percorso che non conosce interruzioni, ma che nella sua  prevedibilità annunciata concede solo la sospensione temporale necessaria all’avveramento del definitivo disfacimento.

moloch tropical raoul peckL'haitiano Raoul Peck è stato ospite del Festival già negli anni passati (Lumumba e Sometimes in april) e quest’anno ritorna con questo nuovo film, selezionato per il Concorso che già dal suo titolo Moloch tropical tradisce l’esplicita ispirazione a Sokurov.

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Peck riflette con questo film, così come l’autore russo, sul potere e le sue folli deviazioni.

All’interno di un castello arroccato su una inaccessibile cima, in occasione della festa nazionale si consuma il dramma della nazione e del suo presidente ormai incapace di dare risposte al suo paese che lo ha “democraticamente eletto”. Il tramonto del suo potere e il suo sacrificio costituirà la speranza per il futuro per la nazione.

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Haiti, non è solo la tragedia del recente terremoto che l’ha colpito, è anche stato un triste esempio di dittatura e Peck consapevole di questo passato sceglie di mostrare il processo di ineluttabile   dissoluzione di un potere ormai corrotto.

Le tappe progressive di questa frantumazione anche spirituale del protagonista, si susseguono e si manifestano attraverso un percorso che non conosce interruzioni: la denigrazione della moglie, l’ossessione sessuale che diventa soggiogazione e compiacimento, la tortura sistematica degli oppositori, la repressione violenta e il proprio finale sacrificio che restituirà un filo di luce a cui aggrapparsi dopo la follia.

Shakespirianamente strutturato secondo i  canoni della tragedia classica Moloch tropical si fa apprezzare per la capacità di raccontare soprattutto la degenerazione personale, la corruzione del spirituale del protagonista. Peck non costruisce tanto una metafora, per quanto nella sua assoluta essenza il film possa comunque essere anche questo, ma nell’attualizzare i termini dei propri riferimenti storici contemporanei – nel film sono citati i nomi che hanno rappresentato il potere politico in questi anni – realizza piuttosto un pamphlet sulla decomposizione di un’anima che si trasforma in tragedia di un popolo. Il fortino presidenziale diventa teatro di questa progressiva degenerazione e l’attesa della suo atto finale l’unica possibile soluzione alla costruzione drammaturgica. Questo è forse l’unico punto debole del film, quello cioè di imboccare, sin dall’inizio, una strada già segnata, senza alcuna via d’uscita che non ne scalfisce la forza evocativa, ma che preconizza necessariamente la lettura     obbligata e senza sorprese del suo finale. Una prevedibilità annunciata che non si risolve mai nell’attesa di una possibile irruzione nella vicenda di una variabile che possa mutare la direzione dichiarata, ma solo nella sospensione del tempo necessario all’avveramento del definitivo disfacimento. Questa linea così perfettamente tracciata, nella scrittura diventa un elemento di forza quando il film racconta lo sconsiderato senso di  onnipotenza del suo protagonista, senza mezzi termini e senza paraventi, un punto di debolezza quando lo spettatore intuisce il percorso e attende l’atto finale di questa ennesima rappresentazione della follia di un dittatore.  

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