Milano 23 – “Infancia clandestina”, di Benjamin Ávila (Fuori concorso)

Infancia clandestina

Infancia clandestina si pone nel solco, di una consolidata tradizione del cinema argentino, svelando con sincerità e passione il mondo infantile e adolescenziale. Benjamin Ávila, attraverso questo film autobiografico, lavora con cura e meticolosa applicazione sul suo protagonista, sul suo mondo interiore, con una levità che diventa misura del mondo infantile e possibile felicità pur dentro la tempesta.

Infancia clandestinaIl film di Benjamin Ávila, deve avere costituito per il suo autore, a tutti gli effetti, una terapia psicologica che era necessario praticare. Infancia clandestina possiede numerosi pregi, ma forse i due che principalmente colpiscono lo sguardo sono la leggerezza del tocco e la il ricordo non sbiadito della propria infanzia.

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Dentro la dura repressione degli anni ’70 Juan vive con i genitori che fanno parte della lotta armata contro il regime. La sua vita non può essere come quella dei suoi coetanei.

È proprio questo tema a diventare centrale nello sviluppo progressivo della trama di questo film che riflette la biografia del suo regista. La centralità di Juan sembra destabilizzare le coordinate della vita familiare della coppia di genitori che, per forza di cose, deve essere oscura e clandestina. Questa decisa centralità del personaggio determina anche la visione dei fatti, condotta con la cinepresa ad altezza di bambino, con un’operazione silenziosa e discreta senza disturbanti esagerazioni o inutili sottolineature. Se la vita di Juan non è normale, a cominciare dal nome che deve mutare in Ernesto sia a scuola, sia con i suoi amici, come in un disperato dialogo sottolinea la nonna davanti ai genitori increduli, è la sua precoce maturità, dettata da una condizione di necessità, a salvarlo riconducendolo, sia pure artificialmente, dentro i canoni di una accettabile normale quotidianità. Il peso di questa infanzia clandestina, nascosta agli occhi del mondo e impossibile a mostrarsi nella sua reale bellezza, sembra essere il vero peso che Juan si porta dentro e il giovane Teo Gutierrez Moreno, riesce a rendere questa angoscia con i tratti cupi del suo volto, con i silenzi dello sguardo. Avila lavora con cura e meticolosa applicazione sul suo protagonista, sul suo mondo interiore, sui primi brividi di un amore infantile per la coetanea Maria. Scruta gli occhi e lo sguardo di Juan, intesse la sua realtà quotidiana con i suoi sogni agitati, traveste la realtà di trasognate immagini da fumetto con un’operazione di fuga dal reale che non intacca il mito di quegli avvenimenti, racconta con quieta determinazione il profondo rapporto che lo lega allo zio Beto, destinato a morire prematuramente per la causa, e dei suoi dialoghi immaginari con il suo fantasma, ricchi di consigli che mai saranno dimenticati.

Al fondo di tutto sembra gettare la sua ombra inquietante la domanda alla quale, forse, perennemente Ávila, non riesce a dare risposta. Ci si domanda se sia più o meno giusto trasformare le vite dei bambini in nome di una causa anche nobile, ma che ne stravolga l’esistenza. Il precariato esistenziale al quale Juan è costretto ne condiziona i gesti, le decisioni, enfatizzando nella sua visione qualsiasi manifestazione (il rifiuto dell’alzabandiera per non essere complici del regime).

Ávila è encomiabile nella sua sincera conduzione della storia e dispiega il suo sguardo generoso e benevolo e con straordinaria leggerezza sui suoi ragazzi d’altri tempi soprattutto quando si concede ai rari momenti di felicità del suo protagonista: la festa per il finto compleanno e la fuga d’amore al luna park dove la memoria cinematografica non può fare a meno di citare, più o meno consapevolmente, il primissimo Truffaut che certo a proposito di bambini e adolescenti non era l’ultimo arrivato. Questo lavoro che è di scrittura, ma anche di consapevolezza narrativa per immagini, restituisce allo spettatore la sensazione di invisibile, ma oscura e dura repressione del regime che sembra fissata, per sempre nelle Infancia clandestinaocchiate furtive del nascondiglio di Juan, frammenti di storia, pezzi smarriti di un puzzle che lui capirà da adulto, ma anche una sorta di conquistata levità che diventa misura del mondo infantile, possibile felicità pur dentro la tempesta. È qui che Ávila riesce a leggere la sua vita da bambino, riesce a non dimenticare, non i fatti, ma i pensieri di quegli anni, donandoli allo spettatore affinché per sempre li porti altrove.

Infancia clandestina, che a breve (per fortuna) uscirà nelle sale italiane, si pone nel solco di una tradizione del cinema argentino, capace di svelare con sincerità e passione il mondo infantile e adolescenziale, di raccontare i dubbi e le responsabilità di questi bambini che la storia ha reso improvvisamente e immediatamente adulti, un titolo per tutti Un lugar en el mundo il film preferito da Corso Salani, un altro inquieto bambino/adulto del cinema.

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