MILANO FILM FESTIVAL 2012 – Il Martini con l'aspirina

Prologo. Con gli occhiali da sole

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Le impressioni di settembre sembrano visioni agostane, dalle scale del sagrato all’erba che incornicia il Teatro Strehler. Tante sfumature di verde quanti sono i filtri di Instagram, il Milano Film Festival si ramifica nelle sale cittadine ma difende con prepotenza il suo fulcro cromatico attorno al Piccolo. La ragazza con l’orecchino al naso punta gli occhi dalla locandina appiccicata sul palo della luce – People Make It Different -, la sua immagine centuplicata negli occhiali da sole e da vista delle autumn breakers graziosamente distese nelle aiuole. Se fosse un film, giocherebbe di contrasti forti. Dieci giorni ad alta densità di stimoli visivi, intervallati dai dj set preserali e notturni, scanditi dall’alternanza sincopata di Storia e Scoperta. Il Milano Film Festival è (la) tangenziale. Randall Poster presenta Woody Allen: vogliamo anche la musica, in un percorso attraverso 7 lungometraggi dove la soundtrack supera la traccia. verniXage alza la “X”: la contaminazione tra linguaggi dell’audiovisivo è un’incognita che scavalla gli steccati tra schermo e museo, alzando l’asticella delle espressioni possibili. Le Colpe di Stato costruiscono un ponte di responsabilità tra passato e presente, intersecando spesso la causa del reporter con l’urgenza del racconto per immagini. Personale, universale. Il Salon de Refusés regala titoli non selezionati in pillole introdotte dagli autori: dove c’è spazio per i respinti (concentrati con arguzia di significante nella “Scatola Magica” dello Strehler), la bocciatura è solo questione di tempo. Non ne abbiamo avuto molto. In attesa di essere rimandati a settembre 2013, vi lasciamo con le visioni disorganiche e periferiche di un Festival che meriterebbe l’immersione. Ci sono più giorni che vita, ci hanno detto. Proviamo a tracciarne una tangente.

Post Scriptum: ogni paragrafo si apre con una canzone di Maria Antonietta. Tra i numerosi protagonisti della Nuova Scena Italiana ospitati sul sagrato, coniuga il gusto per l’autobiografia ventenne e la potenza immaginifica di chi ha attraversato a nuoto sette vite. Responsabile di istantanee folgoranti, la cantautrice di Pesaro è, forse, la voce più rappresentativa di un evento a cavallo tra spontaneità e ricerca.

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Intermezzo. Alla felicità e ai locali punk 

La fine della notte arriva a piedi. Si sfilaccia in un bosco inspiegabilmente, magicamente urbano, dove Victor e Rainer perdono il manto delle ombre e la bellezza mutuata dallo sfarfallio dei neon sui loro volti giovanissimi. I protagonisti di L’âge atomique sono bambini sperduti fatti di birra e Red Bull, pallidi cavalieri proletari, pendolari della tratta ovunque-Parigi. Héléna Klotz, vincitrice con il suo lungometraggio d’esordio del Premio Fipresci all’ultima Berlinale, firma tormento ed (e)stasi della generazione sfiorata. Maschere contemporanee di un’inquietudine declamata in versi, i ragazzi soli sono colti nel loro rullare elettrico sul posto. Meno soli quando vicini, seppur le loro traiettorie del piacere incrocino fugacemente altri sguardi. Ma gli occhi – degli altri – sono come biglie, pulsano al ritmo della musica di Ulysse Klotz, riflettono fasci luminosi cangianti taglienti come forbici. Go clubbing. L’inizio della notte arriva in treno. Parigi è un coagulo di desideri chiusi in gabbie rintronanti, passeremo la sfilata di luci sintetiche virando bruscamente all’alba. La meta è meno evasiva dei percorsi – esterno notte/interno notte/esterno giorno -, l’insoddisfazione del presente è una costruzione di parole anacronistica, adagiata a decantare su una sedia/trono. «Mi sento come una barchetta che sta affondando in mare, nulla può interessarmi». Lo spleen del ragazzo che si è fatto Re è un’angoscia programmatica, ma la notte è abbastanza giovane e incolta da sfidarlo a un duello senza causa che è una causa persa. La Verità abita negli spazi interstiziali: nelle fessure tra una stanza e l’altra della discoteca, dove Victor spia la ragazza che (non) sta aspettando lui e Rainer viene pedinato dal ragazzo che passerà oltre. Oltre il rifiuto, tra quelle fessure, Victor e Rainer hanno lo spazio e il tempo di scoprirsi ancora. Se hai freddo ti do la mia giacca, e poi giro attorno alla macchina da presa rincorrendo un tizio per rubargli il cappotto perché ho freddo anch’io.

Epilogo. Tu sei la verità non io

Accade che, sulla coda del Festival, il mare ci porti un regalo. È uno straniero, forse sono due. Davide Manuli, che a Milano ci è nato nel ‘67 per poi esplorare altri lidi, e Kaspar Hauser, che su un lido viene adagiato dalle correnti. È la Sardegna o il Regno bianco/nero di nessuno, e il ragazzo sputato dai flutti potrebbe esserne il legittimo sovrano. L’enigma lo conosciamo, nei limiti di un mistero sviscerato e mai sciolto. Davide Manuli manipola la Meraviglia come il suo giovane apolide maneggia le arance per il sollazzo della Contessa Claudia Gerini. Perché ad affascinare, in La leggenda di Kaspar Hauser, è il magnetismo del simbolismo semplice, la tracotanza legittima del burattinaio che infila il cappello al pupazzo e gli cambia nome, il gioco a carte scoperte che sovverte un ordine-agglomerato di funzioni primarie. Lo sceriffo e il pusher, il servo e il prete, la Contessa e la puttana. Bastano all’economia dell’isola, e basta un niente perché le mansioni intrappolate negli oggetti – pochissimi –, o scritte sulle vesti – minimali e inconfutabili –, scivolino altrove. Gli abitanti della comunità autonoma di ogniddove potrebbero cambiarsi d’abito e affermare, ancora, di essere se stessi. Kaspar Hauser (l’androgina, puerilmente entusiasta Silvia Calderoni) porta il nome scritto sul petto nudo, non l’ha cancellato una centrifuga di onde: quando sei nato non puoi più nasconderti. Ruoli scuciti da immaginari deraglianti, collisione degli opposti in un Vincent Gallo bicromaticamente doppio, cosciente di uno sdoppiamento a priori: lo sceriffo sfida il pusher, ma poi spara alla sua stessa faccia riflessa nello specchio. Non sapremo mai chi sia davvero Kaspar Hauser, probabilmente è Davide Manuli. In un intorno di figure incastonate nell’inquadratura come bassorilievi semoventi, il ragazzo venuto dal mare è una minaccia. Gli hanno imposto di essere speciale: la sua magia è una crisi epilettica, un gargarismo di fluidi lattiginosi. Inscalfibile dagli stimoli esterni, che siano ipercinetici o infiacchiti, si lascia percorrere dall’elettricità che scoppia nelle cuffie senza bisogno di alimentazione. Burattino dal filo felicemente reciso, potrebbe cambiare il mondo al ritmo di Vitalic, facendo ballare il Paradiso.