Millennium – Quello che non uccide, di Fede Álvarez

Prendete il dittico di 007 diretto da Sam Mendes, ambientatelo in Svezia, cambiate James Bond in Lisbeth Salander e avrete questo nuovo sequel della saga nata dalla celebre penna di Stieg Larsson e qui proseguita dall’adattamento di un romanzo di David LagercrantzMillennium – Quello che non uccide cinematograficamente parlando è infatti un sequel del Millennium diretto da David Fincher e uscito in sala a inizio 2012. Per stravolgimento di cast e stile sembra però più un reboot, tanta è l’evidenza con cui l’operazione si distanzia dai ritmi e dal cupo iperrealismo fincheriano. L’operazione dell’uruguaiano Fede Álvarez è in questo caso esplicitamente marchiata con le stimmate del genere action e spionistico. Lisbeth infatti si trova a dover proteggere un programma di sicurezza per testate nucleari che una organizzazione criminale chiamata “Spiders” sta cercando di possedere a ogni costo. La vicenda coinvolge presto un agente segreto afroamericano, l’amico giornalista Mikail Blomkvist e lo scienziato Balder, ideatore del programma che insieme al figlio autistico August possiede le chiavi di accesso. E dietro tutto questo, nel classico format Millennium, risiede anche un fantasma proveniente dal passato di Lisbeth, in quello che diventa presto un action psicoanalitico e una riflessione sul doppio, proprio come lo erano Skyfall e Spectre, virato in chiave femminile.

Inseguimenti rocamboleschi in moto, poi in macchina, sparatorie, flashback, esplosioni, macchina da presa a spalla che rimanda alle sequenze di BourneÁlvarez muscolarizza Lisbeth Salander, senza però mai toglierle la paranormalità multimediale. Ha tra le mani uno dei grandi personaggi del XXI secolo e cerca di usarlo per un prodotto che chiaramente abiura alla dimensione autoriale per ambire a una identità più esportabile. Si tratta di un tradimento più stilistico che narrativo. Lisbeth Salander infatti mantiene inalterata la potenzialità algebrica e simbolica della sua essenza. Eroina femminista del mondo di oggi, molto affascinante dal punto di vista teorico, sembra scritta e pensata da qualche filosofo contemporaneo. È fluida Lisbeth Salander. Lo è fisicamente (i suoi mascheramenti e le identità false), sessualmente, emotivamente. Dall’ottima Rooney Mara qui si passa a Claire Foy, viso che squarcia lo schermo e attrice in probabile rampa di lancio (The Crown, Unsane, First Man). L’attrice inglese sostiene bene un personaggio che parla pochissimo, aumentandone la postura androgina e la fragilità fanciullesca. Anche grazie a lei Salander continua a riflettere di luce propria. E in questo caso salva come può una confezione a cui avrebbe certamente giovato più oscurità e meno artificio.

 

Titolo originale: The Girl in the Spider’s Web

Regia: Fede Alvarez

Interpreti: Claire Foy, Sverrir Gudnason, Sylvia Hoeks, Christopher Convery, Vicky Krieps

Distribuzione: Sony

Durata: 117′

Origine: Usa 2018