Minari, di Lee Isaac Chung

Golden Globe per miglior film straniero, la saga familiare ispirata all’autobiografia del regista coreano-americano è un coming of age intergenerazionale sommesso nei toni ma non nelle intenzioni

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Minari di Lee Isaac Chung è un film che gioca sin dal titolo in un pericoloso campo, quello della poesia dell’evidenza e della semplicità e che cerca quindi sommessamente di ottenere letture alte dell’esistente facendo riferimento alle cose della superficie esperite da noi tutti, in questo caso il cibo. Minari è infatti il nome del prezzemolo giapponese molto utilizzato nella cucina coreana, famoso soprattutto per la sua capacità di attecchire ovunque, anche in zone ostili dove altri ortaggi farebbero invece fatica. Così il parallelo via via sempre più marcato con la capacità della famiglia Yi, i cui componenti sono protagonisti del lungometraggio, di riuscire a sopravvivere da emigrati nel bucolico fazzoletto di terra dell’altopiano di Ozark, tra Missouri, Arkansas e Kansas, corre il rischio a più riprese di esondare nel politically progressive tanto caro ai membri dell’Academy. Il piccolo grande racconto, in particolare, del patriarca Jacob di diventare un agricoltore dell’Arkansas che rivende agli altri connazionali i prodotti tipici della loro terra difficilmente reperibili sul suolo statunitense è fatto seguendo più gli stilemi orientali che quelli occidentali: ritmo pacato, dramma interiorizzato, oggetti che diventano spesso soggetto dell’inquadratura.

In una nazione come gli Stati Uniti poi che da decenni ha disperso l’orgoglio migratorio dei Padri Pellegrini del Mayflower andando a discriminare i suoi (numerosi) stessi componenti non wasp, un film come Minari sembrava destinato esclusivamente ad un pubblico festivaliero – non a caso la sua popolarità è cominciata dalla proiezione al Sundance. Minari è d’altra parte stato già oggetto di dibattito sulla sua classificazione, dato che ai Golden Globes è stato fatto concorrere solo nella categoria di film in lingua straniera (vincendo, tra l’altro) nonostante la produzione sia statunitense e la stessa storia che porta in scena è in fondo una rilettura personalistica dell’American Dream.

Lee Isaac Chung rielabora infatti la propria biografia di figlio di emigrati coreani che negli anni 80 del secolo scorso si trasferirono negli Stati Uniti in cerca di maggior fortuna alternando alle difficoltà imprenditoriali del capofamiglia, interpretato da un grande Steve Yuen, il tentativo di integrazione dei suoi due figli e della moglie. Minari nel corso della sua durata non assume mai toni apertamente polemici lasciando che anche l’inevitabile marcatura delle differenze somatiche e di costume da parte degli indigeni non scada mai nella ferocia. “Perché hai la faccia piatta?” – chiede il ragazzino anglosassone a David Yi, il bambino della coppia, che da parte sua si limita a negare con innocenza questa constatazione che, difatti, in un ambiente rustico come una chiesa episcopale di campagna, non ha prosieguo.

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Seppure Lee Isaac Chung non neghi mai le difficoltà dell’accettazione della famiglia Yi – in un’altra bella scena una bimba chiede, mentre sdilinqua suoni a caso: “Fermami quando dico qualcosa nella tua lingua” – il suo focus poetico rimane centrato ad un livello più generale sui rapporti interpersonali del nucleo familiare. Che arriva ad allargarsi con la comparsa della verace nonna Soon-ja, a cui dona particolare enfasi la performance di Youn Yuh-jung. L’arrivo nella roulotte-casa dell’anziana provoca, oltre al necessario ridimensionamento degli già angusti spazi, una specie di riposizionamento esistenziale degli altri familiari. A partire dai bambini di casa il cui naturale bilinguismo tradisce la “proditoria” resa allo stile di vita a stelle strisce. – “Ai bambini americani non piace condividere la stanza” – constata la nonna con allusività a proposito della riluttanza del nipote a dividere il suo spazio con lei. – “Lui non è così, lui è un bambino coreano” – prova a difenderlo la madre cercando di avocare a sé ma anche alla congenita generosità del suo popolo il più piccolo dei suoi pargoli.

Questi piccoli screzi familiari sono la vera e più riuscita ossatura di Minari: delicati, intrisi di una quotidianità gonfia di sensibilità ma senza sconti retorici. Piuttosto la resa ad un certo gusto melodrammatico di stampo indie si manifesta dalla seconda metà del film in poi quando la sceneggiatura andrà a rifugiarsi nel più canonico climax e nella ricerca palese di lacrime spettatoriali. Da qui è come se assistessimo ad un voler tirare le fila di qualcosa che aveva la propria forza nella sua struttura rabberciata, quasi randomica, che seguiva sì una disposizione cronologica degli eventi ma senza volerli collocare necessariamente secondo un ordine pedagogico o morale. Anche la figura più refrattaria alla spiritualità, ossia Jacob che ci viene presentato quando non accondiscende ad usufruire delle prestazioni del locale rabdomante per la ricerca dell’acqua con cui innaffiare il proprio terreno, cede infine a questo bislacco modo di lavorare il terreno.

Minari aspira a saldare durante il suo stesso svolgimento le fratture che presenta: toglie continuamente ai suoi personaggi – l’ictus della nonna, la fine del matrimonio, l’incendio della fattoria – per fargli comprendere la necessità dell’abbandono al fluviale flusso del divenire senza arroccamenti di sorta (le lacrime della madre per le acciughe mangiate dopo tanto tempo, il soffio al cuore di David trattato come una malattia invalidante).
Questa specie di fenomenologia finale basata sul principio causa-effetto disperde i tanti spunti disseminati nel corso del film che, a netto di qualche escursione nel folklore religioso – il personaggio di Paul – aveva saputo entrare con dolcezza nel cuore di una famiglia d’emigrati. I semi del minari sono stati piantati biologicamente ma purtroppo raccolti industrialmente.

 

Titolo originale: id
Regia: Lee Isaac Chung
Interpreti: Steven Yeun, Yeri Han, Alan Kim, Noel Cho, Darryl Cox, Esther Moon, Will Patton, Ben Hall
Distribuzione: Academy Two
Durata: 115′
Origine: USA, 2020

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.6 (10 voti)
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