Mirafiori Lunapark, di Stefano Di Polito

Una favola moderna che ri-scopre un pezzetto di secolo scorso. Quel luogo vivo, la fabbrica, spina dorsale di una Nazione in “crescita”: i tre anziani protagonisti sono i fantasmi di un mondo perduto

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“Ragazzi, abbiamo fatto la scoperta del secolo!”

 

“Si…del secolo scorso!”

Ecco: questo è un film che vuole ri-scoprire un pezzetto di secolo scorso. Quel luogo vivo, la fabbrica, un tempo spina dorsale di una Nazione che “cresceva” e cuore di una lotta di classe che la “animava”: il miracolo economico e le rivendicazioni sindacali, la classe operaia-va-in-Paradiso e la nascente piccola-borghesia, la catena di montaggio e l’occupazione, i padroni e gli operai… insomma un’intera epoca che sembra oggi tramontata insieme alle parole chiave che la contraddistinguevano. In tempi di Jobs Act e di flessibilità, del resto, con il “cashmere di Marchionne” emigrato dall’altra parte dell’oceano, si rischiano di rottamare anche i ricordi. Ecco: i tre protagonisti Carlo, Franco e Delfino, anziani ex operai Fiat a Mirafiori, sono come fantasmi di un tempo passato che vagano tra le macerie di un mondo perduto. Non ne vogliono proprio sapere di essere rottamati insieme alla storica Fiat 131 che costruivano, perché la fabbrica per loro non era solo un volano economico: era anche una casa, tesseva una filiera sociale, faceva nascere bambini e ricordi, speranze e amicizie, sogni e quartieri. Ora rimane solo un vecchio rudere da occupare simbolicamente come estremo tentativo di dare un senso a quel luogo.

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Certo, qui si procede per dicotomie sin troppo semplicistiche: gli integerrimi operai e i padroni sbruffoni, i vecchi padri con l’etica del lavoro e i figli immersi nella perenne incertezza odierna, l’orticello virtuoso e il campo da golf arrogante. Ma non è certo il caso di sottilizzare. Perché l’atmosfera che Di Polito vuole restituirci non è quella del cinema civile anni ’70 e tantomeno quella della graffiante commedia all’italiana anni ‘60, bensì quella di una “povera” fiaba moderna (con qualche eco alla Frank Capra) che si regga solo sulla naturalezza dei propri attori e dei loro sentimenti.

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Le obiettive falle a livello di sceneggiatura o il procedere incerto della regia, allora, vengono bilanciate da un interessantissimo utilizzo dei materiali d’archivio – dai filmati ufficiali in b/n dell’inaugurazione della fabbrica con Mussolini in persona, sino ai 16mm del boom economico e alla Torino anni ’60/’70 capitale dell’auto – utilizzati come improvvise irruzioni di un ricordo “pubblico” che si trasformano pian piano in riemersioni di ricordi “privati”. È una questione di dialettica tra immagini: configurare (il ricordo di) un’epoca attraverso le sue tracce in archivio che appartengono a tutti.

Fabbrica vuota, oggi. Non c’è lavoro per i giovani e agli anziani è negato anche un orto che la renda utile. Cosa rimane? Forse solo un luna park improvvisato nel “vuoto” cosmico dei capannoni potrebbe dare un senso a tutto questo. Insomma: Mirafiori Luna Park (prodotto da Mimmo Calopresti, presente anche nel cast in un piccolo ruolo) senza grosse ambizioni di riflessione sociale vuole solo raccontare una storia in un luogo ormai fuori dalla Storia. Un film che procede lentamente, a tentoni, timido come il vuoto che vuole far sentire: un film sincero e diretto come forse il cinema popolare italiano non sa più essere da tempo.

 

Regia: Stefano Di Polito
Interpreti: Antonio Catania, Alessandro Haber, Giorgio Colangeli, Mimmo Calopresti, Tiziana Lodato.
Origine: Italia, 2014
Distribuzione: Minerva Pictures
Durata: 75′

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