MLK/FBI, di Sam Pollard

Vero highlight di questa edizione del FESCAAAL, il documentario di Pollard ri-problematizza la figura del Reverendo King in attesa di un futuro dove non aleggi il peso del passato

Che anno sarà il 2027, quello in cui verranno desecretate le decine di nastri della sorveglianza ossessiva attuata dall’FBI di J. Edgar Hoover sulla vita privata del Reverendo Martin Luther King? Un’attività di controspionaggio (COINTELPRO…) portata avanti con microspie, telefoni controllati, agenti infiltrati nell’ufficio del Dr. King e missive anonime con il solo obiettivo di screditare la figura pubblica e la moralità del più grande leader per i diritti civili verosimilmente dell’intero mondo occidentale, aggrappandosi alle frequenti infedeltà coniugali dell’uomo. Una persecuzione che è parte della controstoria d’America, ennesima metafora della paura del potere bianco nei confronti della virilità superiore dell’uomo nero e delle sue invincibili virtù sessuali, e che non è una novità per chi abbia letto anche solo la trilogia American Tabloid di James Ellroy.
Sam Pollard, una carriera nel mondo del documentario anche come producer al fianco del Gibney di Sinatra o dello Scorsese di The Blues, affronta però la questione da un’angolazione inedita, appunto quella del futuro: cosa cambierà nella visione oramai storicizzata di MLK nel momento in cui potremo ascoltare quei nastri? È la domanda che l’autore pone agli intervistati in chiusura del suo doc, quando finalmente ne svela i volti, dopo che per il resto del “flusso” ne avevamo solo sentito le voci, nella modalità proto-podcast portata in auge da Asif Kapadia: qualcuno suggerisce di non ascoltare mai le registrazioni, qualcun altro osserva che non potranno che aiutare la comprensione dell’uomo dietro al “monumento”, qualcuno ancora è sicuro che non faranno alcuna differenza nel giudizio sulla portata rivoluzionaria dell’operato del Dottor King sul movimentismo non-violento.

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Sono storici, ex-agenti dell’FBI, biografi e compagni di lotta del Reverendo: nella maniera in cui Pollard veicola le loro parole si agita una delle urgenze primarie di Black Lives Matter, ovvero proprio la rimessa in discussione dell’idea di futuro, davvero nell’ottica dell’alter-future proposto da Sun Ra (rubo da questo straordinario focus sul musicista: “Sai, in chiesa usano l’altare, a-l-t-a-r. Devi usare a-l-t-e-r, alterazione; questo significa cambiamento. In altre parole, sostituisci un futuro a quello che avrai. Quello che hai non va bene. Cambialo. L’alter-futuro è puro: non ci hai fatto ancora niente. Ma il futuro si basa sul passato. Questo futuro sta in piedi da solo; non ha passato. Non è mai stato usato”).

Ripensare questi personaggi in ottica futura significa ri-problematizzarne il passato al di là dei santini e dei libri di Storia (la vicinanza di MLK a certi ambienti del comunismo accademico USA…), come fa pure One night in Miami… di Regina King su Malcolm e Alì, e tutto il recente “azzardo” (post-BlacKKKlansman?) di considerare finalmente la parabola delle Black Panther, sino ad ora invece spesso espunta dalle ricostruzioni dello scenario mainstream (forse perché carica di un’ambiguità difficilmente semplificabile in un’ottica di generica e virtuosa “lotta al razzismo” senza valore politico), come un altro dei pesi massimi cruciali della storia afroamericana.

In questo, MLK/FBI è un’opera esemplare anche per come il suo equilibrio non accolga mai il livello morboso dello scontro e del ritratto della personalità oscura di Hoover, e per come aggiorni la diatriba, mai così attuale, sul confine e sul rovesciamento continuo tra privato e politico, mentre scorrono la marcia su Washington, Selma, l’abolizione della segregazione sui mezzi pubblici, il Vietnam e l’attentato omicida di James Earl Ray.
Conferma così nella manciata di opere cinematografiche, letterarie e musicali affini alla “scena” la lettura di Black Lives Matter come di un movimento anche fieramente intellettuale, che affianca alla lotta spirituale di MLK e a quella militante di Malcolm X anche il pensiero di uno scrittore “lontano dalla strada” come James Baldwin. Non è allora un caso che Pollard recuperi proprio dal cruciale I am not your negro (altro colpaccio del FESCAAAL di qualche anno fa) la modalità con cui Raoul Peck portava avanti il racconto per immagini destrutturando e reindirizzando il senso di una quantità mastodontica di repertorio audiovisivo tratto da film di propaganda, opere hollywoodiane di “regime”, servizi televisivi intrisi di paura.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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