Molly’s Game, di Aaron Sorkin

C’è momento particolare in questo frenetico film che spezza finalmente la prolungata apnea e ci fornisce una chiave di lettura importante per decodificare il gioco di Molly. L’abilissima organizzatrice di partite di poker milionarie è ora nell’ufficio del suo avvocato, attende notizie sul suo processo e pensa in silenzio; poi si alza lentamente, si avvicina ai vari tomi dei Codici Federali e ne sfiora le copertine tutte di un unico colore. Ossia un verde scuro e sicuro, proprio come i tanti dollari che maneggia e come quel tavolo da gioco da cui tutto si origina. Aaron Sorkin parte proprio da queste tre suggestioni forti: il gioco, il denaro e la legge vengono mescolati in precario equilibrio per far emergere l’anima americana tra sano individualismo e derive morali.

Si inizia. La giovane Molly è una promessa dello sci, suo fratello è già un campione riconosciuto e suo padre è uno psicanalista molto esigente: una potenziale famiglia perfetta? Sì, ma qualcosa va storto: nella gara decisiva per entrare alle Olimpiadi la ragazza cade per pura sfortuna e la sua vita cambia direzione. Il rapporto con il burbero genitore (vero motore fuori campo del film, con un Kevin Costner di consumatissimo mestiere) la spingerà al desiderio di “tenere in pugno uomini potenti” trasferendosi nella città dello spettacolo. E a Los Angeles, nel giro di pochi mesi, Molly sfrutta al meglio la sua bellezza (Jessica Chastain di glaciale perfezione) organizzando clandestini e ambitissimi tavoli da poker. “Non devi mai infrangere la legge, quando infrangi la legge!”. Quindi non prende mai percentuali sulle vincite, ma costruisce la sua ricchezza con le “donazioni” dei suoi facoltosi giocatori: star del cinema (con Michael Cera ormai grande Mister X del cinema contemporaneo), registi, imprenditori, finanzieri, mafiosi, ecc, ecc. Un gioco di simulacri intimamente americano che alla lunga si fa pericoloso, sino a interessare l’FBI.

Aaron Sorkin , poi, fa il resto. La parabola della vera Molly Bloom – raccontata nell’autobiografia da cui il film è tratto – assomma tutte le ossessioni del grande sceneggiatore, sciorinate qui come un catalogo sfogliato a suon di stacchi di montaggio: dalla scalata sociale ai media che la trasformano in celebrità, dalle regole del legal thriller a quelle dello sport. Sorkin prende di petto e radicalizza questa nuova ondata di biopic adrenalinici (pensiamo al recente I, Tonia) che lui stesso ha inaugurato con The Social Network (2010), Moneyball (2011) o Steve Jobs  (2015). Ma in ben 140 minuti il suo primo film da regista riesce rarissime volte a far guizzare sana umanità dalle “perfette” battute mitragliate a orologeria. E quindi: voice over invasiva, macchina da presa in perenne movimento, montaggio che cuce tutto come un metronomo… insomma un profluvio di scorsesismi anestetizzati dal tempo e dalle tante (re)visioni in un film sin troppo derivativo per essere un esordio così atteso. Sorkin si conferma uno degli sceneggiatori più influenti e abili su piazza, con uno stile e un’idea di narrazione talmente forte e strutturata che ha (paradossalmente) bisogno di registi altrettanto abili (come David Fincher o Bennett Miller, appunto) per far avvertire emozioni “reali” che scartino le sue ossessive “regole”. Molly’s Game è l’ennesima straordinaria sceneggiatura che una regia ancora acerba non ha saputo rifunzionalizzare al meglio.