Momenti di trascurabile felicità, di Daniele Luchetti

Lo yoga e l’Autan sono in contraddizione? La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo? Perché il martello frangi vetro è chiuso spesso dentro una bacheca di vetro? Parte da queste domande Momenti di trascurabile felicità, ultimo film di Daniele Luchetti, di nuovo dietro la macchina da presa per dirigere protagonisti diversi rispetto al club di fedelissimi proposto in questi anni (Silvio Orlando ed Elio Germano in testa).

Torna invece – dai tempi de Il portaborse – la collaborazione con Renato Carpentieri, attore quanto mai prolifico in questa stagione cinematografica e già alla quarta apparizione sugli schermi dopo Una storia senza nome, Ride e La paranza dei bambini.
Non deve però stupire la presenza dell’inedito Pif in veste d’attore per un film non suo. O almeno non deve portare a pensare che il personaggio che gli è stato cucito addosso possa discostarsi più di tanto dalla maschera piffiana che si è soliti ricordare da La mafia uccide solo d’estate in poi (voice over compresa). Del resto il quarantenne pigro e donnaiolo di Momenti di trascurabile felicità è stato scritto da Francesco Piccolo e Luchetti proprio su misura per lui, per essere sicuri che la sinossi potesse accentuare il più possibile le venature puerili dei romanzi da cui è tratta la storia (di cui uno dà titolo al film, l’altro è Momenti di trascurabile infelicità, entrambi di Piccolo).

Del resto Pif è un candidato ideale per raccontare le vicende di un uomo che muore in maniera avventata ed ha solo un’ora e mezza per fare i conti con gli innumerevoli irrisolti della sua vita. Per iniziare un monologo dei ricordi e dei fallimenti che lo hanno portato fin lì, costantemente convinto della presenza di un sempre futuribile “domani” in cui rimandare le proprie scadenze di padre e marito. Momenti di trascurabile felicità

In ciò la penna di Francesco Piccolo è capace di affondare profonda come un bisturi, di vivisezionare l’uomo e farne carne alla berlina delle conflittualità interiori. Non a caso l’ultimo suo romanzo è intitolato L’animale che mi porto dentro, quasi un lemma ulteriore per comprendere la disinvoltura dei tradimenti, l’ingenuità che c’è dietro un «ma ce l’hai con me?».

Sin dalle prime scene Momenti di trascurabile felicità prende delle pieghe oniriche che sono tra le più interessanti dell’intero lavoro, mostrando un Luchetti che va oltre i risultati diseguali del precedente Io sono tempesta. Il momento dell’incidente di cui è vittima il protagonista scatena un valzer di rievocazioni che ricorda un altro copione scritto da Francesco Piccolo, La prima cosa bella (co-sceneggiato con Paolo Virzì e Francesco Bruni).
A differenza di quel film però, ciò che manca in questo caso è la presenza di un personaggio femminile davvero approfondito ed altrettanto strutturato, che non sia la semplice bambinaia che corregge con tanto olio di gomito i difetti del suo uomo.   

Allora due ultimi quesiti esistenziali che dovrebbero orbitare attorno a Momenti di trascurabile felicità potrebbero forse essere: perché non sfruttare di più le possibilità di Thony? Perché abbandonare improvvisamente un film ben scritto trascurando così il finale?       

 

 

Regia: Daniele Luchetti
Interpreti: Pierfrancesco Diliberto, Federica Victoria Caiozzo, Renato Carpentieri, Franz Cantalupo
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 93′ 
Origine: Italia, 2019

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