Mona Lisa and the Blood Moon, di Ana Lily Amirpour

In concorso a #Venezia78, la cineasta innalza l’instancabile playlist di versioni alternative intorno al voodoo oramai sintetico di New Orleans, tra vintage e flussi erratici del contemporaneo

“Ci vediamo nel sequel”, ci saluta ad un certo punto Fuzz il dj-spacciatore, l’unica figura veramente benevola incontrata dalla nostra fuggitiva Mona Lisa Lee, ragazzina coreana in grado di controllare la mente delle persone, “demone” che ancora una volta walks home alone at night attraversando il pittoresco sottobosco della vita notturna di New Orleans alla ricerca della libertà dal manicomio dove è stata imprigionata per più di dieci anni. E’ una battuta ad effetto ma è anche il quesito più pulsante che si agita sotto le immagini di Amirpour: qual è la forma effettiva inseguita da questo cinema? In quale formato vive un’operazione come Mona Lisa and the Blood Moon? A cinque anni da The Bad Batch, Amirpour si conferma nel bene e nel male sguardo centrale del contemporaneo proprio nel momento in cui un’opera come questa esplicita il proprio linguaggio nostalgico-cinefilo in ogni inquadratura (l’autrice parla dei film fantasy per ragazzi visti da bambina in tv e di come ci si ritrovava in quanto “creatura extraterrestre” piombata in USA dall’Iran, ma è difficile non riconoscere l’influenza decisiva di Jim Jarmusch e di tutta quella generazione di autori indie nell’intero impianto), e allo stesso tempo riprende costantemente tutta una serie di modalità “espanse” care alla fruizione erratica e ai flussi di questa generazione.

Dal trattamento riservato al look del cosiddetto world building incentrato sul voodoo oramai del tutto sintetico di questa New Orleans sempre sul crinale tra filtraggio vintage (nella fotografia del sempre interessante Pawel Pogorzelski, nella scenografia, costumi ecc) e svelamento della quinta (il cielo-fondale con questa luna piena ritornante), fino alla struttura costruita per micro-sezioni innalzate intorno alle musiche – strepitose – di Daniele Luppi, effettivo co-regista nascosto del film con questa instancabile playlist in loop di alternative versions, dalla dance più minimale all’elettronica spinta, di classici come Mona Lisa o E la chiamano estate. Le schegge “aperte” e ricomponibili di una vicenda volutamente tratteggiata per sommi capi, che parte come un horror da contenimento in preda a distorsioni heavy metal e assume poi toni sempre più teen, dovrebbero essere innervate dall’umanità del personaggio di Kate Hudson, pole dancer squattrinata e disperata che prende la protagonista sotto la sua ala protettrice per potersi giovare dei suoi poteri di coercizione mentale, facendo così scattare la scintilla della tenera amicizia tra Mona Lisa e il figlioletto, loser come si conviene, della donna.
Ma finiscono per funzionare meglio le sezioni più “astratte” e sospese in cui la regista mixa, è il caso di dirlo, gli elementi puri della sua consolle (compresi brevi frammenti di footage televisivo tra b-movie e discorsi di Trump…), nonostante il campionario di volti di questa comunità di nottambuli, dal buttafuori al dolente personaggio di Craig Robinson, faccia di tutto per restare impresso – ma d’altronde siamo ancora di fronte soltanto al pilot, giusto?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Sending
Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

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