“Monster’s Ball” di Marc Forster

Storia di compromesso e di sopravvivenza, "Monster’s Ball" accosta molti Temi affidandosi ad una struttura narrativa anomala. Condensando tutta la brutalità delle cosiddette scene forti nella primissima parte, viene a crearsi un apparente squilibrio dove tutto il film è risultante, derivazione emotiva e amplificazione quotidiana degli eventi drammatici –pena capitale, morte accidentale, suicidio – che ci si rovesciano addosso all’inizio con velocità imprevista. Struttura anomala e imprevista anche perché in apertura incontriamo almeno due personaggi che sembrano destinati ad una storia da raccontare (se non ad una storia scontata) e che invece sono subito sottratti al nostro determinismo di spettatore. Determinismo che viene smentito anche nel finale, con l’intelligente costruzione (e dissoluzione) di una tensione basata proprio su quello che nella nostra esperienza cinematografica sarebbe la “logica conclusione”.
Con calibrata freddezza meccanica, l’inizio di “Monster’s Ball” ci propone in tutta la sua scorrevole e ineluttabile illogicità l’attività di un braccio della morte negli Stati Uniti del Sud. Prosegue poi illustrandoci una società chiusa nelle sue logiche verticali: il padre che inizia il figlio e poi il nipote al razzismo; un gruppo di detenuti neri scortati dal poliziotto bianco che inseguono iconograficamente con cupa ironia le tracce degli schiavi nelle piantagioni. Verticalità che sembra potersi spezzare solo con eventi tragici, la morte di un figlio rivoluzionario o l’abbandono di un padre reazionario. La mediazione sembra non appartenere a questo mondo. Non è un caso che la famiglia del co-protagonista Hank (Billy Bob-Thornton) sia composta da soli uomini (e da ombre di madri deboli o suicide): famiglia tipo dove dominano il machismo, il razzismo, il culto della forza ottusa. E colpisce come tutto il film si esprima tramite tipizzazioni, marcati personaggi esemplificativi, senza per questo cadere nel luogo comune. Altrettanto sorprendente il modo in cui delle coincidenze narrative dalla simmetria decisamente irreale –la vedova afro-americana che si innamora proprio del “carnefice” razzista del marito – non gonfino il film fino a renderlo un surreale mélo, ma anzi lo lascino respirare di vita propria rimanendo relativamente sottotono. Forse la vera abilità del regista sta proprio nella scelta di cosa mostrare e quando e quanto. Prendiamo il sesso. La scena sessuale ha un ruolo centrale (temporalmente e strutturalmente) ed è molto esplicita, senza avere niente di gratuito, ma anzi ponendosi come la logica e necessaria presa d’aria (brutale e quasi mai conciliatoria, nonché ironica nei due cuoricini che ammiccano dallo specchio in cui i due amanti consumano un atto dettato dalla disperazione) di un’atmosfera sempre più gravosa. Lo stesso dicasi per la già citata asimmetria nella distribuzione delle scene più drammatiche e per il modo in cui, in una moltitudine di personaggi tutti potenzialmente di primo piano, i due protagonisti vengono delineandosi “spontaneamente” e con apparente naturalezza come tali. La risultante è una love story che ha il pregio di essere “esemplare” senza farlo pesare e di porsi al centro di una riflessione sociale diretta e spietata, sempre a un passo dallo stereotipo, ma mai vittima di esso. Merito anche dei due attori, un Billy Bob Thornton raggelato e una Halle Berry interprete sensibile e vibrante.
Regia: Marc Forster

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Sceneggiatura: Milo Addica, Will Rokos
Montaggio: Matt Chesse
Fotografia: Roberto Schaefer,
Cast: Billy Bob Thornton (Hank Grotowski), Halle Berry (Leticia), Heath Ledger (Sonny Grotowski), Peter Boyle (Buck), Sean “Puffy” Combs (Lawrence Musgrove), Mos Def (Ryruf Cooper), Will Rocos (Warden Velasco), Marcus Lyle Brown (Phil Huggins).
Costumi: Frank Fleaming
Scenografie: Leonard Spears
Musica: Asche & Spencer
Produzione: Lee Daniels, Erik Kopeloff, Michael Paseornek
Origine: Usa
Anno: 2001
Durata: 111’