Montecristo, di Kevin Reynolds

Leggero come un vaudeville d’altri tempi, avvincente e pericoloso, “Montecristo” si preoccupa essenzialmente di catturare l’istante, di raccogliere la parola di Dumas nel gesto filmico

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Corre il cinema di Kevin Reynolds. E’ sempre in fuga verso un orizzonte lontano, magari solo un panorama intuito o un paesaggio sognato. Verso quella possibilità di vita che si apre al di là dello sguardo, oltre i sottili bordi e le linee immaginarie di ogni inquadratura. Corre questo flusso di immagini in perenne e osmotico movimento.
Dalle strade messicane battute dai cinque protagonisti di “Fandango” alle scorribande ed evasioni di “Robin Hood principe dei ladri”, dalle terre intraviste di “Rapa Nui” all’utopia acquatica e futurista di “Waterworld”: tutto è azione, scorrere frenetico di uomini, macchine e oggetti sul piano liscio del cinema. Nessun imprevisto psicologico, nessuna inutile metafora visiva, nessuna pausa. Solo il sudore della corsa, dell’attrito fra superfici diverse, quella voglia di avventarsi contro ogni limite, reale o immaginario. Ecco: il cinema di Kevin Reynolds è una teoria pura dell’azione, di quello stupore originario che suscita la messa in moto di un corpo e il suo camminare fra i misteri dell’apparenza del mondo. Quasi inevitabile, forse addirittura necessario, l’incontro fra queste visioni e le pagine di Alexandre Dumas, fra i precisi ingranaggi innescati dall’arte del movimento di Reynolds e “Il Conte di Montecristo”, probabilmente il più famoso e moderno feuilleton dello scrittore d’oltralpe. Nasce così l’ennesima trasposizione cinematografica di questo romanzo – come non ricordare almeno quella diretta da Rowland V. Lee nel ’34 o il fiacco adattamento televisivo con R. Chamberlain del 1975 -, un film che non ha paura di rinchiudere le avventure di Edmond Dantès fra i morbidi e flessuosi reticolati di un’estetica hollywoodiana sempre pronta a lasciarsi oltrepassare, destinata ad esplodere fra le maglie di questo cinema della vertigine e del logorio fisico.
Leggero come un vaudeville d’altri tempi, avvincente e pericoloso come il volo di un acrobata senza rete, “Montecristo” se ne infischia di approfondire le dinamiche che legano i personaggi – forse solo Richard Harris riesce a dare spessore alla figura all’abate Faria – preoccupandosi solo di catturare l’istante, di raccogliere la parola di Dumas nel gesto filmico. In un atto di straordinaria semplicità stilistica e di grande potenza visiva – una corsa, una fuga, una vendetta – che si compie sul “piano d’immanenza” (perdonate l’espressione deleuziana…) di una spazio illimitato, quasi acquatico (come le geografie senza coordinate di “Waterworld”), una distesa di celluloide che chiede solo di essere attraversata a tutta velocità, in un movimento di liberazione che esalta il corpo e chiude felicemente gli occhi della mente.

Titolo originale: The Count of Montecristo
Regia: Kevin Reynolds
Sceneggiatura: Jay Wolpert dal romanzo di Alexandre Dumas padre
Fotografia: Andrew Dunn, Tim Wooster
Montaggio: Stephen Semel, Christopher Womack
Musica: Ed Shearmur
Scenografia: Mark Geraghty
Costumi: Tom Rand
Interpreti: James Caviezel (Edmond Dantès/Il Conte di Montecristo), Guy Pearce (Fernand Mondego), Richard Harris (abate Faria), James Frain (Monsieur de Villefort), Dagmara Dominczyk (Mercédès Iguanada), Luis Guzmán (Jacopo), Michael Wincott (Dorleac), Albie Woodington (Hermine Danglars)
Produzione: Gary Barber, Roger Birnbaum, Jonathan Glickman per Birnbaum/Barber, Count of Monte Cristo, Ltd., Spyglass Entertainment, Touchstone Pictures, World 2000 Entertainment, Ltd.
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 131’
Origine: Gran Bretagna/Usa 2002

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