"Mood Indigo. La schiuma dei giorni", di Michel Gondry

audrey tatou e romain duris in mood indigo. la schiuma dei giorniColin ama Chloé e al primo appuntamento la porta su una nuvola panoramica. Dentro alla cupola di plastica l’aria è impastata di respiri imbarazzati e ansiosi, inebria i pensieri convogliandoli verso un intero futuro possibile; fuori il quartiere parigino di Les Halles è una pista d’atterraggio plumbea, un cantiere a cielo socchiuso dalle gru che incombono sulle costruzioni a lungo termine, mettendo in discussione le promesse formulate solo a mente.

Ci sono molte giostre, nell’ultima opera di Michel Gondry. Nessuna ci svuota la testa liberandoci dall’angoscia che il tempo stia finendo. Il regista ci consegna il gettone con l’orario terminale della corsa, questa volta più di prima, perché le note rotte sul mirabolante pianococktail sono già il sintomo di una malattia mortale. La culla dell’amore è già il presagio di una tomba. Non c’è accordo che tenga, le mani pigiano sui tasti troppo forte o troppo piano innescando sbronze di uova strapazzate al suolo: ride, Romain Duris, sparecchiando la tavola in un anarchico concerto di piatti infranti, ma la perfezione è un’invenzione che non avrà il tempo né la forza di brevettare.

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romain duris, audrey tatou e omar sy in mood indigo. la schiuma dei giorniGondry suona una consapevole dolorosa disarmonica: il tappeto musicale avviluppa e morde, si muove come un animale che lecca l’incosciente freschezza dell’innamoramento (è nata prima Chloé, graziosa e sfacciata visione, oppure l’idea che l’omonimo brano di Duke Ellington di lei restituisce?), quindi si rannicchia inerme sulla marcia funebre. E il matrimonio celebrato dopo una corsa a ostacoli che pare un reality miete le sue reali vittime anonime spiaccicate sul sagrato. Le persone finiscono, due giri precipitosi sui pattini bastano per accumulare una montagnetta di detriti umani da spazzare via con la scopa. Chi se ne frega, chi le conosce, erano soltanto comparse imbottite di piume col volto mascherato. Eppure accatastate in una fanghiglia sanguinolenta sono danni collaterali che urlano tragedia personale, rompendo il ghiaccio scoperchiano un vuoto senza fondo.

E‘ bellissimo e terribile, Mood Indigo, perché nella sua pienezza non perde mai di vista la sua finitudine. E‘ un film tondo come diventano le stanze, loro insaputa, quando ascoltano un disco di Duke Ellington: crea stimoli meravigliosi o tremendi, ma innanzitutto risponde agli stimoli, si fa solleticare dalla languida onda jazz (la danza della seduzione che rammollisce le giunture delle gambe, piegandole come rami di plastilina) e si lascia appestare dal nero che si allunga (l’ombra fuligginosa di un destino ingrato che spegne il sole alla finestra, ma pure la figura  tentacolare del filosofo tuttologo Jean-Sol Partre e che schiaccia gli uomini e le donne come carne triturata sui pavimenti lerci).

Stava tutto dentro al romanzo di Boris Vian, scatola magica e libro pop-up, fiume in piena immaginifica grondante parole nuove per verità antiche come amore e morte. Gondry da Vian, una sequenza tanto naturale sulla carta quanto imprevedibile sullo schermo. L’arte del sogno poteva affondare le sue barche di carta, annaffiate con la smania del discepolo diligente. Invece Gondry adagia un mazzolino di fiori sul petto appesantito di Audrey Tautou e ci lascia appassire dentro il suo polmone infestato di lanuggine bianca: una ninfea maligna che s’insinua come una stella alpina nella casa tiepida e lentamente accartoccia gli stipiti sulla testa della gente.

Aïssa Maïga, Charlotte Le Bon e Gad Elmaleh in Mood Indigo. La schiuma dei giorniLa fedeltà al testo originario non inficia l’urgenza del discorso, che affidato alle immagini si offre più sfilacciato, squilibrato e intimo di quel manuale di variegate genialità di cui si nutre. Dentro c’è troppo sì, o in un’altra parola tutto. Fa impressione trovarsi di fronte alla coincidenza di tanta materia e tanta anima. Il calcolo (impossibile, come l’happy ending) impazzisce prima che si possa dire “bene, bravo”: Gondry divide lo schermo nei due piani climaticamente antitetici della possibilità, lasciando entrare e uscire gli sposi dalle stagioni in una intuizione che sa di videoclip e tanto dura. Per il resto imbeve lo spartito nel veleno dolce di un’eternità cucita su misura, crudele a tradimento a maggior ragione perché fisicamente componibile nei piccoli minuziosi incredibili gesti quotidiani (la cucina e la vestizione come giocondo assemblaggio meccanico di parti). Ritagliandosi la parte del dottore che sa solo prescrivere medicina argentea alla ragazza ammalata, l’uomo afferma il dramma della sua impotenza, moltiplicato all’infinito dalle mani che nella catena di montaggio battono a macchina la storia. D’amore e morte, rosolati su una griglia satura d’ingredienti che sparge l’odore delle cose man mano che si sfaldano, si bruciano, si polverizzano.  

 

Titolo originale: L'Écume des jours

Regia: Michel Gondry

Interpreti: Audrey Tautou, Romain Duris, Gad Elmaleh, Omar Sy

Origine: Francia, Belgio, 2013

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Distribuzione: Kock Media

Durata: 125'

5 commenti

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    Complimenti, davvero bellissima recensione.

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    il film è più bello 😉
    grazie, sono contenta che ti sia piaciuta!
    *c

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    Insopportabile, intollerabile, insostenibile. Gondry conferma di essere regista buono solo per i videoclip di Bjork: l'unico grande film da lui diretto, Eternal Sunshine…con il passare degli anni sembra più frutto della bella sceneggiatura di Kaufman che non della sua regia. Uno dei film più odiosi mai visti, incapace di farti appassionare ai personaggi, così presuntuoso da voler essere 'originale' a tutti i costi e così dilettantesco da spiegare praticamente ogni metafora visiva. Imbarazzante

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    @giulio sembra come se tu avessi visto un altro film, forse uno di Kaufman? Io ho trovato il film di Gondry leggero e spumeggiante, intimo e angosciante, gioioso e poetico, con dentro tutto quello che il cinema di oggi rifiuta di avere. Cioè cuore e fantasia. Non voglio parlare del romanzo da cui é tratto, che comunque adoro, ma il lavoro del regista su corpi e immaginario, sulla finitezza dell'amore e tutto il resto, é fantastico. Brava l'autrice a farlo emergere con la giusta passione.

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    Purtroppo ho visto proprio un film orrendo, senza un briciolo di emozione vera. Personaggi odiosi, dal primo all'ultimo, di cui non ti frega nulla perché è proprio la sceneggiatura che non funziona. E se poi fai l'originale a tutti i costi almeno non mi fare la spiegazione sotto – tipo la casa che si rimpicciolisce e quello che dice "Il tuo tenore di vita si sta abbassando!", il cuoco che invecchia a poco a poco e lei che gli fa "Ma stai invecchiando a vista d'occhio – come se fossimo tutti spettatori rimbambiti. E in quanto al poetico…"I poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa (cit.)". Merita tutte le stroncature ricevute in Francia, e anche di più.