Moonage Daydream, di Brett Morgen

Il documentario traccia un ritratto di David Bowie, dalla musica alle passioni per la pittura, il cinema e la sua capacità di trasformare in arte ogni aspetto della sua vita. Fuori Concorso.

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Alla figura di David Bowie è associata l’idea di un artista totale, in grado di unire la potenza della musica e l’immagine. Originale, mutaforma, esempio di stile, oggetto non identificato in un’epoca radicale. Il documentario di Brett Morgen Moonage Daydream (come l’omonimo brano di Bowie del 1971) viaggia in maniera supersonica nel repertorio, segue il cambiamento avvenuto negli anni attraverso le tournée, lasciando al tempo un’altra variazione, parallela e sovrapposta di quella continua esercitata dal cantante sopra sè stesso. Già a sedici anni aveva deciso di  avere una vita eccezionale, piena di curiosità da soddisfare, ed alla fine il bilancio sarà grandioso, con l’alieno trasformato in icona. Procede per tappe stratificate il lavoro del regista statunitense, esperto del genere dopo titoli come Crossfire Hurricane e Kurt Cobain: Montage of Heck. Appoggiato solidamente ai brani catturati in un concerto o ai brandelli di un videoclip, strappa via delle informazioni, vecchie fotografie, dialoghi, confessioni e tenta di ricomporre un quadro cubista tagliando i margini, scegliendo in maniera adeguata di evitare di circoscrivere il cielo di un personaggio che amava sentirsi sempre un passo avanti al presente. Grazie ad un montaggio eteroclito può aggirarsi in ascolto, trovare una variazione importante nel materiale, dopo cinque anni passati ad esplorare il ricchissimo archivio di Bowie, composto da milioni di risorse.

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L’approccio è spirituale ed il risultato è un viaggio trascendente che non dimentica di omaggiare i tantissimi maestri di Bowie, poeta, scultore, attore e pittore oltre che musicista e ballerino. Sullo schermo si avvicendano frammenti di Keaton, Murnau, Ōshima, citazioni di Nietzsche, schizzi e danza. La rappresentazione sposa una forma indeterminata, evita l’impatto biografico lasciando emergere qualche piccolo dettaglio ma guardando subito oltre. Il resto è un excursus di look ed acconciature perfette per il contesto, insieme ad una colonna sonora formidabile. Le parole invece completano il ritratto in profondità, cercano una risposta, interrogano questioni teoriche fondamentali, Dio, l’esistenza, la morte. Nel tentativo di visitare così tanti universi le dinamiche perdono però di spessore, fortunatamente la fragilità narrativa trova rimedio nella rete di sicurezza del suono, un salvagente che evita la deriva. Pur essendo giustificato dalla difficoltà di definire una personalità in esubero, forse il difetto maggiore del film è nel farsi risucchiare dalle note, tanto da uscirne completamente dominato. Le parti sconosciute della storia in tal modo ne vengono oscurate, quando sarebbe stata l’occasione per arricchire di cose inedite un racconto mitologico già saturo. Forse l’obiettivo è di rilanciare il mito, per avvicinarlo a coloro che ancora non si sono lasciati trasportare verso le stelle. Per gli adepti un prodotto non tanto straordinario.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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