“Moonrise Kingdom. Una fuga d'amore”, di Wes Anderson

moonrise kingdomMa Wes Anderson da che parte sta? Parla per i padri o per i figli? Dalla parte delle mogli, stanche ma ancora combattive, o dei mariti, frustrati eppur ancora capaci di follie impreviste? Il suo cinema, in fondo, crede ancora nella famiglia, una qualsiasi, o è il racconto di una precarietà che scivola pian piano verso la disfatta? E soprattutto è un cinema giovane, ammiccante, furbo, fatto a tavolino per piacere (o dispiacere), come verrebbero i critici solo all’apparenza austeri? O si ostina a rimanere fuori moda, a esser fuori tempo, prima ancora che passatista e nostalgico?

Fatto sta che Moonrise Kingdom (film d’apertura di questo 65° Festival di Cannes) sembra la prosecuzione naturale di Fantastic Mr. Fox, un live action pensato come un film d’animazione in stop motion, un canto d’amore adolescenziale rinchiuso in un set fantastico di plastilina, una bolla trasparente, ma fatta di vetro permeabile, densa degli umori, le fissazioni, le nevrosi di un regista eccezionale (nel senso letterale) e proprio per questo comune, uguale a chi fa del proprio ossessivo, perfetto mondo artificiale lo specchio di questo strano, assurdo mondo reale. E bisognerebbe, forse, tracciare un percorso che va da Tim Burton a Wes Anderson, passando per Gondry. Strati di ripensamento di un cinema che si muove nel cortocircuito dei ricordi, nella camera chiusa delle proprie fantasie e paure. Che ha bisogno di ricreare l’illusione di una famiglia. Ancora Truffaut.

Perché sì, Moonrise Kingdom è puro Wes Anderson, un film che si muove tra Rushmore (la vita degli scout come quella del college) e l’infantile artificio di Steve Zissou. La solita compagnia di giro, con Roman Coppola, cosceneggiatore, anche lui sempre proiettato alla ricerca, al riconoscimento di un padre (Il treno per il Darjeeling), con Jason Schwartzman e Bill Murray, complici irrinunciabili. Ma è pur vero che dietro gli occhiali del piccolo Sam Shakusky, dodicenne orfano, giovane scout dalla testa calda e detestato dai compagni, riconosciamo la stessa estraneità di Antoine Doinel, quell’inadeguatezza all’ordinario, quella continua tensione alla verità dei rapporti e dei sentimenti, nonostante l’apparenza di un’indipendenza irrinunciabile. E nell’istante in cui deflagra, come un fulmine, il suo amore per Suzy, piccolo corvo dagli occhi tristi, assistiamo a una liberazione, una piccola, enorme apocalisse dei sentimenti che investe tutta l’isola e in cui ogni solitudine e frustrazione sembra riscoprire la possibilità di un’altra vita. I due coniugi Bishop, schiacciati dalla quotidianità (splendido e disarmante il dialogo a letti separati di Bill Murray e Frances McDormand), il capo scout Ward, il capitano Sharp, triste poliziotto last man standing. Tutti si rimettono in moto alla ricerca dei due ragazzi fuggiti nel “regno della luna nascente”. E ritrovano nella loro tenera ostinazione i motivi della propria stanchezza e il segreto dimenticato della propria speranza.

L’ennesimo piccolo cosmo di Wes Anderson, all’apparenza perfetto nelle sue regole interne, è un set aperto che si offre alla vita. Sembra non procedere, girare a vuoto in un’impasse, eppur si muove, mostrando, ancora una volta, come questo cinema rifiuti di farsi intrappolare nella claustrofobia manierista di una fantasia solitaria. Tutti hanno il loro spazio, il loro respiro, oltre il frat pack: l’immenso Bruce Willis, Frances McDorman, Edward Norton, Harvey Keitel, Bob Balaban, i due straordinari protagonisti esordienti, Jared Gilman e Kara Hayward. Questo cinema, ci ostiniamo a dire, è una casa vera, ancora una famiglia, che può funzionare solo nell’unione. Per questo anche chi vi entra per la prima volta, sembra farne parte da sempre.

 

Titolo originale: Moonrise Kingdom
Regia: Wes Anderson

Interpreti: Jared Gilman, Kara Hayward, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Harvey Keitel, Jason Schwartzman, Tilda Swinton, Bob Balaban
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 94'

Origine: Usa 2012