Mózes, il pesce e la colomba (Afterlife), di Virág Zomborácz

Abbiamo visto il cinema dell’Europa dell’est spesso contaminato da una specie di realtà alterata che non è realismo magico, ma appare piuttosto come un racconto immerso in una sorta di leggero sonnambulismo che, tra l’onirico e il surreale, è volto a deformare leggermente lo stato del reale per riconsegnare al cinema eventi modificati da un preliminare passaggio dentro questo prisma concettuale. Tracce di questo gene artistico, che appartiene anche alla tradizione più puramente fiabesca dell’Europa orientale, si ritrova in moltissimi autori che, tra il Caucaso e la penisola balcanica, hanno segnato il novecento nella storia cinema (Ioseliani, Paradjanov, Kusturica, tanto per fare qualche nome). Quell’area, in altre parole, dominata da una antica e feconda cultura che naviga tra il magico e l’esoterico che caratterizza le strutture narrative anche al cinema.

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La trentenne Virág Zomborácz di nascita ungherese, al suo primo lavoro in lungometraggio e già esordiente e vincitrice al Bergamo Film Meeting, si aggiunge con il suo Mózes, il pesce e la colomba, alla lista di questi registi che lavorano, istintivamente, in quella tradizione. Il suo film che vede al centro il problematico Mózes, giovane, impacciato e sempre incerto, dominato da un padre dal carattere forte che fa il pastore della comunità, veste i toni di una commedia nera che attingendo dal reale costruisce la mutata realtà del suo protagonista. La morte improvvisa del padre non cambia troppo le cose e Mózes sembra convivere con il fantasma reale del padre che inibisce ancora i suoi gesti e la sua vita. La famiglia non lo aiuta e sospeso in questa incertezza anche nei rapporti d’amore, la sua vicenda pare trovare soluzione solo nel finale della storia.

Mòzes, il pesce  e la colomba (Afterlife)
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Mòzes, il pesce e la colomba (Afterlife)

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Mózes, il pesce e la colomba è una commedia che si nutre di toni plumbei dei quali però sembra vedersi solo la parte ironica e possibilmente divertente. È proprio questa ironia insistita a volte a mostrare la corda. Il film, appare ricorrentemente discontinuo, pur nella sua breve durata. Questa discontinuità evidenzia i vuoti non colmati e primo fra tutti l’approfondimento dello spessore dei personaggi di contorno. Forse è questa la maggiore pecca dell’esordiente Zomborácz, quella di abbozzare maschere e di tentare nel contempo una coralità narrativa che non riesce ad esprimersi a pieno, restando distanti i personaggi l’uno dall’altro. Si aggiunga una certa stereotipizzazione delle varie figure di contorno (la zia sessualmente esuberante, la madre depressa e la sorella decisamente sopra le righe…), che restano bozzetti quasi immobili. Cosicché, se la figura di Mózes appare ben delineata, nella sua stranezza silenziosa e nelle eloquenti pause, in una generale e teneramente disarmante goffaggine e quindi in un poliedrico atteggiarsi del suo carattere, decisamente più consuete le caratterizzazioni degli altri personaggi. Un discorso a parte va fatto invece per il padre/fantasma che resta, nella sua eterea e muta consistenza, la figura più ironicamente riuscita in quella costante alterazione della realtà che permea il film nella sua interezza.

Un cinema che guarda al reale da un punto d’osservazione sicuramente accattivante e che propone una visione originale per le nostre culture più legate ad un realismo concreto, ma anche un film che non sembra svolgere fino in fondo il suo compito. Una prova incerta, in fondo promettente, leggermente di maniera, dove non tutto funziona a dovere, forse per non avere trovato soluzioni del tutto convincenti pur nel solco di una tradizione alta e già riccamente manifestata.

Titolo originale: Utóélet

Regia: Virág Zomborácz

Interpreti: Márton Kristóf, László Gálffi, Eszter Csákányi, Andrea Petric, Krisztina Kinczli

Distribuzione: Lab 80 Film

Durata: 95′

Origine: Ungheria 2014