Mr Cobbler e la bottega magica, di Thomas McCarthy

Stare al passo di Adam Sandler ormai è quasi impossibile. La sua filmografia procede dritta come un treno, tra stroncature critiche e successi commerciali. The Cobbler è una parziale eccezione. Girato e digerito prima di Pixels e prima della joint venture con Netflix, che ha consacrato una nuova formula produttiva e distributiva, il film non ha certo ricucito lo strappo con la critica “seria”, ormai irreversibile. Ma è stato snobbato anche dal pubblico, che, probabilmente, nella regia austera e controllata di Tom McCarthy, non ha ritrovato la sgangherata follia sandleriana. Dopo quasi due anni, The Cobbler esce in Italia. E si può esser sicuri che anche qui, perso nei tempi morti dell’estate, passerà in sordina. Per poi rispuntare su qualche bancarella, a 4,99 euro, tra qualche paio di scarpe false.

Eppure il film, nella sua veste da favola yiddish, lascia il segno. Max Simkin è un calzolaio del Lower East Side che manda avanti, con scarsa convinzione, la tradizione di famiglia. Quattro generazioni di ciabattini ebrei, che custodiscono il grande segreto di una cucitrice magica. Chiunque indossi le scarpe cucite con quella macchina, assume immediatamente l’aspetto del loro proprietario. Quando Max scopre la cosa, la sua vita assume un altro significato. Comincia a girare per New York, libero e invisibile. Salvo poi ritrovarsi invischiato in una pericolosa storia di mafia ebraica e speculazione edilizia.

adam sandler dustin hoffman the cobblerTom McCarthy, alla prova generale prima dell’Oscar per Il caso Spotlight, asciuga fino all’essenziale la comicità a briglia sciolta di Sandler, limitandone i movimenti, le esplosioni più oscene, quelle sue sgangheratezze da sfiammato. Probabilmente, nelle mani di Dennis Dugan, The Cobbler sarebbe diventato un altro folle schiaffo alla razionalità conseguenziale e all’innocua correttezza dell’istituzione hollywoodiana, con Sandler – scommettiamo? – nel ruolo di mattatore, calato in carne e ossa nei panni degli assurdi personaggi in cui si trasforma. Qui, invece, la magia mantiene un appiglio di verosimiglianza e tutte le potenziali derive demenziali restano sopite. Il tocco è elegante, un preambolo nel 1903, una riunione di notabili della comunità che parlano rigorosamente in yiddish, un po’ di musica klezmer che fa da accompagnamento. E uno sguardo tenero sulla quotidianità del Lower East Side, tra le sue strade e i suoi negozi, con un ineffabile Steve Buscemi nel ruolo di Jimmy, il barbiere accanto, l’amico paterno. Sandler sembra recuperare la sua vena più seria e dolente, quella del magnifico Reign Over Me di Mike Binder. E per tutta la prima ora, The Cobbler vive di una commozione incontenibile, fino alla magnifica scena in cui Max si trasforma nel padre, sparito da anni, per regalare un’ultima cena romantica alla madre. Sandler si dà il cambio con Dustin Hoffman, in un vertigine paragonabile a quella del delirante Pacino shakespeariano di Jack e Jill.  Nella seconda parte, poi, quando la storia piega verso l’azione e le tinte gangster, il film perde il suo baricentro. McCarthy cerca di mantenere le coordinate del verosimile, ma non riesce ad essere sempre al passo con le evoluzioni e involuzioni del plot. Nonostante i grandi momenti offerti dal criminale rapper di Method Man, da una Ellen Barkin di superba cattiveria, da un Elli Meyer che sembra piombato da un’altra epoca del cinema, quella del primo Tempio di Gerusalemme. Il fatto è che è soprattutto Sandler a rimanere ingabbiato nel controllo della forma e delle traiettorie narrative. Resta, però, la sua epica dell’uomo qualunque, nascosto dietro il velo dell’idiozia. E la dolorosissima nostalgia familiare del suo cinema, sempre alla ricerca di un padre da ritrovare accanto, film dopo film.

 

Titolo originale: The Cobbler

Regia: Thomas McCarthy

Interpreti: Adam Sandler, Dustin Hoffman, Steve Buscemi, Ellen Barkin, Melonie Diaz, Clif “Method Man” Smith, Elli Meyer, Lynn Cohern

Distribuzione: Barter Entertainment

Durata: 99’

Origine: USA, 2014