Mr. Klein, di Joseph Losey

C’è una netta linea divisoria che scorre invisibile in Mr. Klein, film del 1976 diretto da Joseph Losey e ambientato durante l’occupazione tedesca della Francia: è quella fra Storia e individuo, il dentro con tutta una serie di eventi che coinvolgono una comunità, e un’intera società, e il fuori, con quelle pratiche che resistono al tempo e che, insieme, sono testimoni passive di un’eredità e di una cultura che passano di mano in mano. Robert Klein (Alain Delon) è il prototipo di un uomo disinteressato a ciò che accade intorno a lui, appena sfiorato dal peso della tragedia che bilancia con quello della moneta: lo status di aristocratico e la sua attività di collezionista d’arte, a danno di qualche ebreo costretto a vendere le proprie opere, lo collocano al di sopra della realtà, in un limbo di certezze e perdizioni che abitano la sua casa (l’amante annoiata, Juliet Berto). Delon, che per Losey aveva interpretato quattro anni prima un sicario pazzoide in L’assassinio di Trotsky, torna con un personaggio controverso, insensibile e arrogante, che per una banalità inizia la discesa in un groviglio burocratico che sarà anche la sua condanna.

La sceneggiatura di Franco Solinas, così ellittica nella narrazione che procede attraverso le maglie del giallo, ben si adatta a un regista che ha saputo edificare con il suo linguaggio allusivo magnifiche ossessioni (Il servo). Pure in questo caso, sebbene con finalità diverse, siamo di fronte a una relazione oppressiva tra due individui che qui condividono lo stesso nome (e in ultima istanza la stessa sorte): Losey costruisce un rapporto ambivalente come fosse un gioco di potere – la preda e il cacciatore – annullando a poco a poco i ruoli e rovesciando drammaticamente le fondamenta sociali del protagonista. Klein è in realtà un avvoltoio trafitto nel cuore da una freccia, come suggerisce l’immagine dell’arazzo che vediamo all’inizio: l’arte, quasi sempre presente nell’inquadratura, si fa specchio della sua vera natura, priva di morale, e monito del suo destino cui va incontro con consapevolezza. L’altro, il doppio, l’ignoto resta invece volutamente fuori campo: di lui abbiamo solo tracce sparse – la topaia che ha preso in affitto, una foto – e testimonianze di persone che lo conoscono più o meno direttamente – la donna ricca e sposata (Jeanne Moreau) che vive in un castello e che egli ha sedotto; incongruenze e contraddizioni che fanno perfino dubitare della sua esistenza.

Losey ha la capacità di saper giocare con lo spettatore, coinvolgendolo in un’indagine che non avrà un’effettiva risoluzione; perché in fondo il suo è uno sguardo lucido sulla condizione umana più che sul presente storico, che lascia minaccioso sullo sfondo e non sostanziato da una volontà di ricostruzione: nella primissima sequenza, apparentemente slegata dalla storia, assistiamo all’esame di una paziente per appurare l’appartenenza a una razza non ariana; la donna, completamente nuda, viene brutalmente visitata dal dottore che con una gestualità meccanica e matematica le misura tratti e angoli somatici, trattandola come fosse un corpo privo di vita. La sua identità, al pari di quella del protagonista, va disgregandosi fino a perdersi. L’incipit si ricongiunge così al finale, in una superba e quanto mai glaciale carrellata di volti che scorrono al suono delle parole mercificatorie di Klein, divenuto ormai uno tra tanti.

 

Titolo originale: Monsieur Klein
Regia: Joseph Losey
Interpreti: Alain Delon, Jeanne Moreau, Francine Bergé, Juliet Berto, Michael Lonsdale
Durata: 118’
Origine: Francia, Italia 1976
Genere: drammatico