Mr. Morale & the Big Steppers: il volto rivelato di Kendrick Lamar

Non è solamente un viaggio struggente ed oscuro quello intrapreso dal rapper, ma anche un inno alla vita e alla cura di un’anima ormai lacerata, come quella della società e della cultura americana

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Il principio è stato The Hearth Part 5. La miccia che ha saputo riaccendere una fiamma letteralmente sul volto di Kendrick Lamar, il rapper premio Pulitzer che dopo DAMN. ha assistito come un tormentato spettatore ai grandi cambiamenti sociali e culturali non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero. Il pezzo è il manifesto di questa enorme frustrazione provata dal rapper di Compton in questi anni, estremamente lucido nel descrivere e nell’assumerne le fattezze, attraverso le sue vertiginose barre ed un provocatorio utilizzo del deep fake, gli aspetti e i volti malsani che hanno involontariamente saputo creare un enorme principio di contraddizione e di ambiguità nella comunità black e non solo. Il bipolarismo fuso con la persistente mitomania di Ye, all’utilizzo della violenza come unica arma contemplata per la difesa personale rappresentata dal volto di Will Smith, fino alla criticità mediatica ed ideologica di O.J. Simpson e Jussie Smollett. Personaggi che non solo vengono accusati da Lamar per le loro gesta, ma soprattutto perché in qualche modo hanno assunto nel tempo lo spirito di una cultura che ha perso la propria identità, il proprio sguardo. Infatti l’analisi portata da The Heart Part 5 è maggiormente incentrata a delineare l’importanza nell’avere un proprio ed unico sguardo nel mondo, vero mezzo di ricerca e comprensione di sé stessi.
Il pezzo trasuda un grande senso di ammirazione e di umanità, non solo nei confronti dei citati e commemorati Kobe Bryant, Nipsey Hussle e Marvin Gaye (quest’ultimo omaggiato nel riprendere il sample di I Want You), ma in generale della vita che, nonostante la tragicità degli eventi che caoticamente si succedono, mantiene sempre viva la luce di coloro che hanno saputo dare un loro contributo al mondo.

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Il concetto dietro The Hearth Part 5, che ha fatto da preambolo al disco, assume il suo potente significato appunto in Mr. Morale & The Big Steppers, il settimo album realizzato da Kendrick Lamar (che recentemente avevamo visto nella reunion della West Coast durante il Superbowl 2022), salutato già all’uscita come un’istantanea pietra miliare della narrativa americana a noi contemporanea.

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Mr. Morale & the Big Steppers lo si può considerare l’istantanea del percorso interiore che Lamar ha cominciato ad intraprendere da good kid, m.A.A.d city. Ed è forse una fortuna assistere nuovamente, anche come dei semplici ascoltatori quali siamo, alla concezione colma di abbaglianti luci e di grandi zone d’ombra della musica del rapper, capace come nessun altro non solo di descrivere la società e le dinamiche che la circoscrivono (N95, United Grief, Savior, Father Time) ma anche di raccontare senza fronzoli il suo difficile vissuto. Infatti il disco non si pone limiti nel accompagnarci, attraverso un sound ricercato e come al solito molto sperimentale, che va a scavare direttamente nelle radici della musica black grazie anche ai suoi feat, nei dubbi, nelle crisi e negli aspetti più nascosti, ma nello stesso tempo anche nei più feroci, della personalità di Kendrick.
Il viaggio assume progressivamente la valenza di una serie di sedute psichiatriche che pian piano divengono sempre più oscure ed ipnotiche, tanto da rimanerne quasi soffocati da quanto siano dense di dolore e rimorso. A partire dai traumi infantili (Mother I Sober nel suo sussurro è un vero e proprio colpo basso per il morale), alle recriminazioni rivolte nei confronti delle scelte sbagliate compiute in passato e delle sue dipendenze mischiate con le crisi artistiche che negli ultimi cinque anni l’hanno accompagnato (Worldwide Steppers, Die Hard, Count Me Out), sino ad arrivare al rapporto con la sua famiglia, vista come una componente essenziale per la cura della sua anima ma perennemente in bilico dal disfarsi  (We Cry Together, Purple Hearths, Auntie Diares, Rich Spirit).
Più di una maturazione artistica abbiamo a che fare con la crescita interiore di un uomo che con il suo unico sguardo, pur sempre inquinato dall’ego, ha descritto e sta continuando a descrivere una decadenza morale e culturale in perpetuo movimento, ma in fondo sempre con la voglia di non farsi vincere dalle avverse situazioni e di trarre dall’affetto umano il punto d’inizio di una possibile e speranzosa rinascita personale e spirituale.

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