My America. Intervista a Barbara Cupisti

La nostra intervista esclusiva con la regista di My America, presentato fuori concorso al 38° Torino Film Festival

Barbara Cupisti è una documentarista italiana che da sette anni vive negli Stati Uniti. Vincitrice di diversi premi, tra cui un David di Donatello nel 2008 per Madri, al 38° Torino Film Festival ha presentato fuori concorso My America, documentario in tre capitoli che racconta le contraddizioni interne di un Paese da sempre considerato un colosso di democrazia che guida il mondo occidentale.

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Com’è nato il progetto di My America?

Prima di trasferirmi negli Stati Uniti sette anni fa, ero già stata qua diverse volte e avevo già avuto l’idea di fare un progetto sull’America, sulle nuove povertà, ma per motivi produttivi non si è più fatto. Quando sono arrivata qui ho cominciato a rendermi conto di quanto sia ancora vivo il desiderio di creare un posto che sia vessillo per gli altri paesi, soprattutto nelle persone comuni e nella società civile. In modo particolare nelle nuove generazioni. Quindi mi sembrava un atto dovuto raccontare ai nostri ragazzi, italiani ed europei, quello che accade in questo Paese.

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Come sei entrata in contatto con le persone che poi hanno preso parte al documentario?

Per quanto riguarda l’episodio di March For Our Lives è una storia particolare: il giorno dell’attentato a Parkland ero a Los Angeles da un’amica che ha ricevuto una chiamata da una sua amica il cui figlio risultava disperso durante la sparatoria. Poi si è scoperto che era una delle vittime. Il coinvolgimento emotivo è stato fortissimo. Quando sono tornata a casa, ho visto quello che questi ragazzi di 16 o 17 anni erano riusciti ad organizzare nel giro di tre settimane. Sono andata alla manifestazione di Washington ed è stata una cosa impressionante. La storia degli homeless me l’ha fatta scoprire mio figlio quand’è andato a vivere a Los Angeles: un campo profughi nel cuore della città, persone normalissime che nel giro di una settimana si ritrovano in mezzo alla strada. Da lì ho cominciato a cercare chi si prende cura di loro e cerca di dargli una prospettiva. Invece per la storia sull’immigrazione mi ha aiutata un giornalista, Guido Olimpio, che mi ha raccontato di un gruppo di pensionati che vanno nelle zone dove sono stati ritrovati i corpi dei migranti per piantare delle croci. In più portano l’acqua nei punti in cui sanno che i migranti attraversano il deserto. Ci sarebbe anche una quarta storia sugli oppioidi, un fenomeno che in questo momento è pesantissimo e riguarda la middle class bianca, legato all’uso sconsiderato di farmaci che vengono prescritti come antidolorifici e quando vengono tolti lasciano le persone completamente dipendenti, tanto che poi in molti finiscono nel giro dell’eroina.

 

Hai incontrato difficoltà o resistenza nel girare o intervistare le persone? Penso soprattutto a Skid Row o al confine col Messico.

Per quanto riguarda Skid Row abbiamo avuto la fortuna di appoggiarci a persone che erano molto ben accette nella comunità degli homeless. Non nego che la situazione di Skid Row non sia facile, perché ci sono persone di tutti i tipi, che magari vengono da situazioni di tossicodipendenza o con problemi psichiatrici. Ma il fatto di appoggiarci ad associazioni che fanno questo lavoro quotidianamente ci ha permesso di non metterci in situazioni di rischio, né di trasmettere un’immagine sbagliata, anche perché nel documentario non c’è pietismo. Per quanto riguarda il Messico le cose sono state più complicate, gente che non voleva essere filmata, che aveva paura. Poi nel punto in cui siamo andati noi c’è una presenza forte del cartello. Anche a Chicago la situazione è pericolosa perché c’è questa guerriglia tra gang nel cuore della città e da un momento all’altro potrebbe arrivarti una pallottola.

 

Secondo te esiste ancora l’American Dream?

Io l’American Dream l’ho trovato nei sogni dei giovani che lasciano il loro paese d’origine per venire qui. Infatti tanti di quelli che si danno da fare per assistere gli altri sono immigrati di prima generazione, che sono pieni di gratitudine per quello che questo Paese gli ha dato e vogliono rendere qualcosa alla società. E poi c’è nei ragazzi, nelle nuove generazioni di giovanissimi, che se riescono ad aprirsi a quello che sta accadendo, possono davvero recuperare questo sogno. Credo moltissimo in questo.

 

Quindi pensi che My America abbia in qualche modo intercettato il cambiamento sociale e politico che si è concretizzato con le recenti elezioni?

Assolutamente sì, vediamo ora dove andranno queste elezioni. Dal mio punto di vista saranno solo un periodo di transizione per dare la possibilità alle nuove generazioni di esprimersi con le prossime. Ad esempio, tra quattro anni Alexandria Ocasio-Cortez si potrà candidare e allora lì veramente ci potrà essere un cambiamento epocale.

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