N.P., di Lisa Spilliaert

Presentato a Palermo all’Efebo d’Oro in anteprima nazionale, N.P. di Lisa Spilliaert dall’omonimo romanzo di Banana Yoshimoto, è perfetto esempio di commistione tra cinema e letteratura

Tenete d’occhio questo nome: Lisa Spilliaert. E’ una regista nata a Tokio ma belga d’adozione di cui sentiremo sicuramente parlare. Per il suo primo film di finzione si confronta con l’ostico N.P. di Banana Yoshimoto e ne realizza un adattamento cinematografico originale. Il materiale incandescente del libro (doppio incesto e tendenze suicidiarie) viene stemperato da uno stile minimale: musica techno, minutaggio ridotto (60 minuti), personaggi muti con dialoghi riportati in sovraimpressione, rumori di fondo. Il risultato è entrare in un film come ci si approccia a un libro, sfogliandolo pagina per pagina, quadro fisso dopo quadro fisso.

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La storia viene raccontata dal punto di vista di Kazami (Clara Spilliaert), ragazza giapponese che ha visto il proprio fidanzato Shoji suicidarsi mentre era alle prese con la traduzione del 98 esimo racconto dello scrittore Sarao Takase, anche lui morto suicida. I gemelli figli dello scrittore, Otohiko (Hiroshi Myamura) e Saki (Saartje Van De Steene), insieme alla figlia illegittima Sui (amante sia di Sarao Takase che del figlio Otohiko) sono le altre figure che ruotano attorno alla maledizione di questo libro.
Lisa Spilliaert costruisce il mistero di relazioni familiari ambigue portando avanti un discorso parallelo sulla commistione tra realtà quotidiana e finzione letteraria. Le parole del libro scolpite come pietra si insinuano nella sensibilità empatica di Kazami e la rendono sempre più vulnerabile. Succede di perdere il filo della traduzione e di confondersi dentro il groviglio di sentimenti incestuosi e sensi di colpa. Lost in translation letteralmente, non per parti mancanti ma per invasione di materiale emozionale impossibile da gestire. Il grimaldello che rompe la piccola diga di Kazami è proprio la figura di Sui (Mikiko Kawamura), che porta in grembo il figlio della colpa. Il comportamento folle e la totale imprevedibilità coinvolgono inevitabilmente Kazami che ne è contemporaneamente spaventata e affascinata.
Ci sono momenti di grande cinema: Sui di spalle che scrive di spalle le lettere a Kazami in una composizione perfetta della inquadratura, le due plongeè dall’alto con la ripresa delle due amiche che guardano il cielo stellato, il finale con il falò acceso mentre dense nuvole sembrano occupare tutto l’orizzonte. Il titolo N.P. sta per North Point una canzone di Mike Oldfield degli anni 80 che parla delle difficoltà di un amore contrastato. E le difficoltà del tradurre il libro di Sarao Takase da una lingua all’altra riflette in fondo l’estremo imbarazzo nel manifestare sentimenti che non osano rivelare il proprio nome. Il suicidio dei traduttori diventa il riconoscimento della propria angoscia di morte, una resa dei conti dei propri destini incrociati.

Presentato a Palermo all’Efebo d’Oro in anteprima nazionale, scritto diretto e fotografato da Lisa Spilliaert, N.P. è perfetto esempio di commistione tra cinema e letteratura, adattando perfettamente la grammatica filmica a quella letteraria. Le pagine del libro di Banana Yoshimoto sembrano prendere vita attraverso piccoli quadri minimalisti, piccole stampe giapponesi in cui è annullata la prospettiva esteriore ma è esaltata la profondità interiore.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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