Nagisa, di Takeshi Kogahara

Più che un horror un film sul distacco e sul dolore della solitudine, fatto di vuoti e silenzi. Un nodo gordiano sotto ipnosi. Concorso.

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Un tunnel da cui sembra impossibile uscire. Scurissimo. Illuminato da sporadiche luci rosse. Come fosse l’inferno. è infestato da fantasmi come le dicerie vogliono far credere? E se sì chi è il fantasma? la donna che tutti si immaginano di vedere o lo stesso alienato protagonista che viene da Nagasaki? “Il fantasma sei tu!” dice il poliziotto a Fuminao mentre lo riporta indietro, lontano da quel tunnel dove qualche anno prima un pullman si è ribaltato causando decine di vittime. Un sottopasso da cui però forse è impossibile liberarsi. Perché c’è un antefatto, un lutto che riguarda il ragazzo: la morte di Nagisa, la sorella amatissima da cui si è allontanato per andare a studiare a Tokyo.

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Da Nagasaki a Tokyo e ritorno – una linea di attraversamento simbolica forse non casuale per il Giappone del dopo-bomba – per una storia d’amore tra fratelli che attraversa il tempo e lo spazio. In Nagisa infatti l’ordine narrativo è scomposto, frammentato in un caos che va avanti e indietro, tra i flashback dell’infanzia e i visionari frammenti notturni dentro il tunnel, quasi a riflettere la confusione del protagonista e lo spaesamento del vuoto, dell’assenza.

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Takeshi Kogahara, anche montatore, è alla sua opera prima dopo varie esperienze nel campo di spot pubblicitari e videoclip e non a caso qui gli bastano poche scene per dimostrare subito una incredibile consapevolezza formale, un rigore dei piani arricchito da una evidente dimestichezza cromatica. Nel filmare il disagio del quotidiano, i punti di fuga del buio e l’assenza di comunicazione nel Giappone contemporaneo deve aver imparato molto dai suoi maestri, su tutti Kiyoshi Kurosawa, di cui sembra assorbire le atmosfere e la tematica del lutto e del senso di colpa irreparabile. Più che un horror, il giovane cineasta giapponese realizza un film sul distacco e sul dolore della solitudine, fatto di spazi claustrofobici speculari, che prova a filmare e montare quasi geometricamente. Forse il talentuoso e ambizioso Tagahara raffredda troppo le emozioni, ma è altrettanto chiaro che  il suo è un congelamento in forma di ipnosi. Come se ci si muovesse in un nodo gordiano senza via d’uscita, sonnanbolico. Un incubo amoroso (e morboso) che potrebbe continuare in eterno, sospeso tra ricordo e allucinazione, desiderio di un contatto e negazione dello stesso.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
2.75 (4 voti)
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