Nascita di una nazione: The Knick di Steven Soderbergh

Benvenuti nella macelleria Soderbergh. Autopsie, carni martoriate e deformate, contagi, riflessioni teoriche sul mondo dello spettacolo, sulla competizione capitalista, su una tecnologia in fieri che costruisce la Storia suddividendo l’umanità in vincitori e vinti, ricchi e poveri, medici e pazienti, e poi li fa mescolare seguendo le prescrizioni perverse dell’ alchimista. Benvenuti al The Knick, bottega di immagini/idee autoprodotte dal geniale filmaker americano (regista, produttore esecutivo, direttore della fotografia, montatore) e finalmente plasmate nel formato seriale made in Cinemax. Dieci episodi da 50’ per una folle epopea sulla storia della medicina nei primi anni del XX secolo. La versione dark, quasi horror di E.R. hanno giustamente sentenziato alcuni, anche se The Knick è un incubo che si insinua, senza ricorrere quasi minimamente alla “moda” del citazionismo, da qualche parte tra Charles Dickens, Tod Browning e Gangs of New York.

Siamo appunto a New York nel 1900. All’ ospedale Knickerbocker il reparto chirurgia cerca in tutti i modi di sfondare il muro della medicina tradizionale e aprire il nuovo secolo alla guarigione delle malattie meno conosciute e inguaribili. Il mondo accademico è in continuo fermento e le operazioni si accavallano giorno dopo giorno con macchinari sempre più sofisticati e una battaglia senza esclusione di colpi su procedure di cura miracolose. Il dott. Christiansen e il dott. Thackery sono i pionieri della nuova chirurgia, ma un giorno dopo il ripetuto fallimento di un’operazione Christiansen si toglie la vita. Toccherà a Thackery prendere le redini dell’ospedale mentre al di fuori la città è ancora un serbatoio multiculturale immerso nella violenza, nel razzismo e nelle lotte sociali. Baffi alla Errol Flynn e stazza da atleta il Thackery interpretato da Clive Owen cita Shakespeare, sperimenta sui malati con la stessa voracità ossessiva di un Melies sulle prime pellicole del secolo scorso. Autodistruttivo, dipendente da cocaina e oppio, ispirato in parte alla figura reale del dott. William Stewart Halsted, attivo in quello stesso periodo storico al Johns Hopkins Institute, è l’angelo della morte di un mondo in decomposizione, l’antieroe di una società che ha venduto l’anima al progresso per inseguirne la gloria.

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Soderbergh si dimostra adattissimo al formato televisivo e non poteva essere altrimenti per l’autore di Sesso bugie e videotape, la cui visione cinematografica è sempre stata legata a una raffinatissima concezione “da camera”. A suo modo il regista americano fa televisione da una vita. Cos’altro era infatti se non un esempio mirabile (e copiatissimo) di serial di “soli” 140’ il pluripremiato ma sostanzialmente incompreso Traffic del 2000? Ma in quest’ultimo lavoro, a prescindere dai modelli di riferimento, ogni immagine si configura come cornice attraverso cui guardare le cose, finestra per inquadrare rossellinianamente il mondo.

In The Knick questa purezza entropica raggiunge barlumi visivamente stupendi e terrificanti. Ancora una volta per il regista americano fare cinema e/o televisione è indifferente, perché il senso ultimo risiede nel “creare” inquadrature, essere l’artigiano del proprio mondo filmico, l’unico autentico esecutore dello spazio-tempo nell’immagine. Soderbergh è un mirabile copywriter che è sempre materialmente nel mondo che filma, al punto che The Knick assume le fascinazioni estetiche di un viaggio a ritroso compiuto da un documentarista. Qui la vertigine è enorme, perché è come se il progetto raccontasse le origini di un’apocalisse già avvenuta, irrimediabile. Dal 1900 a oggi le immagini e i (nostri) corpi sono già alterati. Drogati. E di questa metamorfosi inarrestabile Soderbergh ne è lo spietato e lucido cronista. Un punto di non ritorno che genialmente viene fatto coincidere in una serie di equivalenze formidabili: medicina = nazione = industria = tecnica = cinema.

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In The Knick scompare via via ogni forma di verticalità. I quartieri alti contagiano i bassifondi e viceversa. Improvvisamente dagli angoli angusti di morti e malati spuntano cinesi, irlandesi, negri e polacchi. La promiscuità del nuovo mondo conduce (forse) all’alba dell’ élite aristocratica, che arriva a concedersi persino l’amore interrazziale (l’impossibile relazione tra il medico di colore Algernon e la direttrice Cornelia). La soluzione è allora provare soluzioni sperimentali per far funzionare questo mondo. Thackery riattiva chimicamente il proprio corpo e quello dei propri pazienti per redigere una nuova scienza, mentre il suo alter ego cineasta compone la sua materia visiva e narrativa dilatando la sostenibilità fruitiva del prodotto seriale.

La miscela funziona ma crea dipendenza. L’abominio è intollerabile ma giusto: la teoria sposa l’emozione e quest’ultima esplode grazie alla riproducibilità delle immagini. Dettagli, volti, carne, sangue e oggetti che diventano pensiero e viceversa. La sala operatoria è da subito spazio scenico di una performance aperta allo sguardo dei medici spettatori, mentre la luce elettrica e il fonografo di Edison marcano una rivoluzione tecnologica che è già diventata economia politica. Comincia da qui il Novecento: deturpato e vitaminizzato dagli effetti collaterali del progresso. L’ospedale come metafora dell’impossibile nascita di una nazione. La modernità è il fallimento, l’allucinazione perpetua di una serie di ipotesi senza soluzione. Come le immagini e il loro mistero.