"Nativity", di Catherine Hardwicke

Una sommatoria tra classico hollywoodiano e stilemi contemporanei non raggiunge la sintesi della creatività. E se l'intenzione era raccontare il sentire dei personaggi, "Nativity" – anziché scegliere la linearità e la ricostruzione meticolosa e spettacolare – poteva essere molto più intimista

Funziona se si crede. Altri film sulla vita di Gesù sono stati capaci di emozionare, far riflettere, impattare sugli animi al di là del loro credo religioso – allargando lo sguardo alla spiritualità nel senso più ampio del termine, alla forza di credere in qualcosa, alla realtà di sentimenti e tratti dell'animo umano. A differenza di pellicole come quelle, Nativity resta invece completamente confinato nella logica religiosa, inutilmente rinforzata da indizi (la colomba, il pesce, l'acqua, l'agnello) che tradiscono una simbologia sacra banalizzata, naif e troppo in odore di ipersemplificazione americana. La regista Catherine Hardwicke, maga del patinato con Thirteen, esperta dell'universo giovanile con Lords of Dogtown, è chiamata di nuovo a scandagliare la psicologia di due personaggi adolescenti (Maria e Giuseppe). Ma resta – come era forse prevedibile – in superficie. Così le scene di massa somigliano molto a quelle dei più famosi kolossal hollywoodiani sul tema, ma il tutto è rivestito – appunto – di una lucidatura che non disdegna ralenti e zoom come stanchi espedienti emotivi, e che operando semplicemente una sommatoria tra il classico e la velocità di montaggio contemporanea, non raggiunge la sintesi della creatività.

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I picchi alti del film – le scene tra Maria e sua cugina Elisabetta, qualche momento tra Maria e Giuseppe – sono sempre e comunque da attribuire esclusivamente alla recitazione di Keisha Castle-Hughes e di Shohreh Aghdashloo. I Re Magi sembrano invece costretti in una dimensione sospesa tra fiction televisiva (per livello di interpretazione) e teatro (per il taglio delle inquadrature), che vuole necessariamente considerarli come una specie di terna indivisibile, che la macchina da presa non può rischiare di perdere di vista; il re Erode e suo figlio sono rappresentati in modo palese con l'estetica del cartoon – luciferini, fissi nello sguardo, ipersemplificati e bidimensionali – ma senza neanche la raffinatezza della contaminazione cinema/fumetto. Il viaggio a Betlemme fa crescere per immagini l'amore di Maria per Giuseppe. Se però l'intenzione era quella di raccontare una storia centrata sul sentire dei personaggi, Nativity – anziché scegliere la ricostruzione meticolosa e spettacolare, la linearità, in una parola il boom al botteghino – poteva essere molto più intimista.

Titolo originale: The Nativity Story


Regia: Catherine Hardwicke

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Interpreti: Keisha Castle-Hughes, Oscar Isaac, Hiam Abbass, Shohreh Aghdashloo, Alexander Siddig


Distribuzione: Eagle Pictures


Durata: 101'


Origine: USA, 2006

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