“Nel cinema di genere non si dichiara tutto”. Incontro con Gabriele Mainetti

Il regista di Freaks Out ci ha raccontato il suo cinema e il suo percorso di autore e produttore, nell’incontro dello scorso 7 aprile. Ecco come è andata

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L’incontro tra la redazione e gli studenti di Sentieri Selvaggi con Gabriele Mainetti ha permesso al regista di Lo chiamavano Jeeg Robot di spaziare su molti argomenti. La discussione si è aperta con una sequenza di ET di Spielberg, uno dei suoi autori di riferimento: “Spielberg è un regista faro, capace di raccontare storie intime ma al tempo su larga scala”. Tralasciando le influenze cinematografiche di Spielberg e Scorsese, la prima fase dell’incontro si è concentrata ovviamente sul grande successo del suo primo film: Jeeg Robot non è un cinecomic nello stesso stile dei cinefumetti americani, bensì un cineanime”. A proposito di fumetti, Mainetti rivela come si sia approcciato a questo mondo “leggendo in gioventù Topolino o Dylan Dog e un’opera come Akira solo più in là”.

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Jeeg Robot è stato accolto in maniera calorosa dal pubblico, mentre Freaks Out, invece, è stato accolto con più freddezza seppur diverse testate estere hanno promosso il film presentato a Venezia78 e ora candidato a 16 David di Donatello: una delle obiezioni più comuni è stata la scarsa caratterizzazione dei personaggi. Mainetti risponde affermando che “nei film di genere non si dichiara tutto”. Un altro punto di criticità sottolineato concerne la lunghezza del montaggio nella battaglia finale, ma anche in questo caso il regista si difende sostenendo come la durata sia in realtà breve soprattutto se comparata agli scontri finali dei film di Kurosawa: “Amo Kurosawa e le sue battaglie lunghissime”.

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La centralità dei cattivi nel suo cinema rivela l’attenzione riservata a questi personaggi in fase di scrittura, insieme al fido Nicola Guaglianone: “Non lavoriamo sul bene e sul male ma su persone dominate da trasgressioni, infamie e codardie.” L’obiettivo è “cercare di renderli fragili, il loro essere contraddittori li porta a dover compiere continuamente delle scelte, esattamente come facciamo noi nei riguardi delle nostre vite quotidianamente”. Risulta importante “dare una storia al cattivo e capirne le motivazioni”. La specifica caratteristica del cattivo di Freaks Out Franz è “la capacità di guardare il futuro dal punto si vista del nazismo, che come sappiamo era molto legato a sperimentazioni mediche e occultismo. Franz è incapace di accettare di essere un freak, del resto il nazismo si opponeva a qualsiasi diversità”.

Riprese di Leonardo Zelli, Emanuele Rossetti, Lorenzo Levach.
Montaggio di Emanuele Rossetti e Lorenzo Levach.

“Gli americani riescono a dare sostanza a città spoglie e invisibili come Albuquerque in Breaking Bad, commenta Mainetti parlando di Roma, elemento fondamentale per il suo immaginario, l’autore rivela di aver frequentato più o meno tutti i quartieri della città facendo un lavoro antropologico relativamente alle persone che incontrava. Ammette che farebbe fatica a pensare qualcosa al di fuori della Capitale “proprio come Scorsese che non riesce a distaccarsi da New York o Spike Lee dalla sua Brooklyn”.

In Jeeg Robot, per esempio, si ragiona su un personaggio capace di fare cose sovrumane ma al tempo stesso rimanere ancorato alla realtà di Tor Bella Monaca.

Nella sua intenzione originaria, Freaks Out non doveva necessariamente passare per qualche festival, ma a seguito della chiamata del direttore della Mostra di Venezia Venezia Alberto Barbera, il film è stato presentato al Lido. Tuttavia, malgrado la presenza alla kermesse, il film una volta uscito in sala non ha immediatamente spiccato il volo al botteghino, riuscendo paradossalmente a ingranare solo con il tempo: Freaks Out è partito male ma poi è iniziato ad andare forte”. Il film è correntemente disponibile su Amazon Prime Video.

Le foto nell’articolo e nella galleria sono di Sohueila Soula

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