NERO/NOIR – I misteri di Jacques Tourneur: luce e buio di un’opera

Francese naturalizzato americano, interpreta le tensioni di un’America in bianco e nero provenendo da una fertile storia familiare immersa nella cultura europea delle avanguardie artistiche. È abitato il noir di Tourneur, c’è qualcuno o qualcosa, in quel nero, in quella porzione di spazio e tempo, che egli lascia in un buio denso dove si annidano le problematiche dell’identità

Un’inquadratura piena di luce accompagna l’ingresso della dark lady in un locale di Acapulco, il sole dall’esterno si incanala nello spazio chiuso permettendo di vedere ogni cosa, ma in modo non chiaro. È vestita di bianco, Kathy (Jane Greer), l’assassina, la ladra, la fuggiasca e ha già capito tutto, l’hanno trovata, ora lo sa, Jeff (Robert Mitchum), da qualche tempo sulle sue tracce, è seduto poco distante da lei, ha seguito la traiettoria del suo desiderio come un fiuto che, dalla buia metropoli lo ha condotto al sud, dove la luce è eccessiva. Le catene della colpa, 1947, e le passioni noir di Jacques Tourneur per un film esotico e nero, o luminoso di luce scura, la stessa che inonda e costituisce tutte le pellicole di una multiforme carriera dove i tocchi noir non sono mai venuti meno, dal melodramma Schiava del male (1944), al thriller Il treno ferma a Berlino (1948), fino al western Wichita (1955).

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In viaggio dal vecchio al nuovo mondo, francese naturalizzato americano, Tourneur interpreta le tensioni di un’America in bianco e nero provenendo da una fertile storia famigliare di figlio d’arte, segnata dall’attività registica del padre e immersa nella cultura europea delle avanguardie artistiche, come delle ricerche mediche, filosofiche e psicoanalitiche memoria delle letture giovanili. Con il suo specifico linguaggio occulto appartiene a quella schiera di interessanti registi che dall’Europa giungono negli Stati Uniti come portatori di nuove tensioni da intendersi per cifre stilistiche, basti pensare a Otto Preminger o a Fritz Lang, e che proprio nel panorama noir, ma non solo, hanno lasciato un carismatico caratteristico segno. Jacques Tourneur esplora il cinema lungo i tragitti di un credente del soprannaturale e dell’eccesso, della sospensione e del mistero, sia questo il sensuale procedere noir di Le catene della colpa oppure il fantastico terrore di serie B. È l’incontro con Val Lewton, produttore della sezione a basso costo della RKO, casa di produzione che vanta inoltre film cardinali per il genere come Stranger on the third floor (1940) di Boris Ingster, e ancora film “neri” come The Seventh Victim (1943) di Robson o The Body Snatcher (1945) di Wise, che apre al regista la sperimentazione della materia dell’orrore, del delitto e dell’irrisolto, che egli “manipola” magistralmente in quella che viene spesso definita la trilogia del fantastico: Il bacio della pantera (1942), Ho camminato con uno Zombi (1943), L’uomo leopardo (1943).

È abitato il noir di Tourneur, c’è qualcuno o qualcosa, in quel nero, in quella porzione di spazio, e tempo, che egli lascia in un buio denso dove si annidano le problematiche dell’identità, del genere, della razza e dell’umanità al confine con la creatura. Una modalità di luce, una messa in forma per mezzo delle ombre, così il delitto, la trasformazione, la violenza, il mostro, il desiderio, sono sempre al buio, per non essere visti da occhi reali. Quelli della trilogia sono film notturni, posseduti da personaggi ambigui e segreti, mentre Le catene della colpa è un film assolato, un’estasi pericolosa nella quale gli intrecci di denaro, delitti, potere, sono totalmente distratti dalla violenza d’attrazione e desiderio che i due protagonisti provano e che rompe, letteralmente, ogni altro rapporto. La passione di Mitchum per la femme fatale, fa sì che egli si lasci passivamente sovrastare dal destino che incontra per mezzo delle sue sensuali sembianze, così il torpore misto al desiderio, il disincanto incombente, rivelano il ruolo di un uomo che non deve fondare nessun ordine, costruire alcun mondo, ma può piuttosto lasciarsi andare ad una fantasia totalizzante e distruttiva. È un fallimento della realtà, una passività rispetto alla Storia che subisce l’impronta magnetica di un regista che più che addentrarsi nelle falle delle psicologie, nei labirinti di una socialità corrotta, della criminalità pervasiva, si rigira nei poteri di una fascinazione ipnotica che porta l’uomo, il detective pronto a diventare un leader della società americana, all’oblio, ma secondo un incanto.

I corpi fuorilegge di Tourneur (a)scendono spesso a un Sud di leggenda, di culture “aliene”, le isole vodù dell’America Centrale, l’indolenza del Messico, oppure si distanziano in un ritorno all’Europa della Serbia di Irina (Simone Simon), ne Il bacio della pantera, altra esponente di una femminilità senza futuro. Irina però non è un’esemplare bad good girl, piuttosto è un mirabile “mostro”, diversa, anche se vicina per strade sotterranee, alla luminosa dark lady di Le catene della colpa che “arcanamente” appare sempre in luce, sia quella del sole di Acapulco o quella dei fari accecanti dell’automobile o quella della luna tropicale. Luce dove non si vede, l’alchimia di Tourneur, il piacere di qualcosa che fa paura in un tempo d’attesa, in uno spazio senza continuità, senza sicurezza, illogico. Il regista ritorna ossessivamente e magicamente al passato, ma a un passato ancestrale e atavico, impossibile da controllare anche con il ricordo, e a uno spazio tempo vivo, presente, pieno di influenze. Il vagabondaggio per le vie metropolitane, l’attesa della fine, il tempo del vuoto che precede la morte così fondativi del noir, vengono ripercorsi dal regista in un frenetico passo di donna, in una passeggiata di piccoli convulsi passi di tacchi o in un percorso in stato di trance che trasforma prodigiosamente l’identità, è un viaggio iniziatico, un possesso senza ritorno da parte della Natura.

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Spazi chiusi e poi prepotentemente aperti, come la spiaggia fantasmatica, piena di luce lunare, ne Le catene della colpa, o la foresta incantata di Ho camminato con uno Zombi, o i luoghi di passaggio, di “scorrimento” alla periferia delle stazioni di benzina, ai margini dove ci si nasconde per provare a rinascere. Questi ampi spazi si possono connettere a delle stanze chiuse, del mistero, e presenti in tutte le pellicole del regista. La camera oscura del lavoro notturno ne Il bacio della pantera, composta di figure geometriche, dove la pantera confusa col buio attenta alla vita della coppia americana modello a lavoro fino a tardi, oppure quella vuota, aperta dai lavori e dalle impalcature, dove si nasconde il corpo morto ne Le catene della colpa, un bandolo di ponteggi verticali e orizzontali che Tourneur tocca per ricostruire di coordinate speciali. Sensi nascosti nelle inquadrature magiche, belve in libertà, stratificazioni e connessioni di una regia che non si accontenta della contrapposizione di luce e ombra. Misteri. Infine Kathy si è seduta al bar di Acapulco, accende lentamente una sigaretta in un primo piano luminoso e tutto il buio di Jacques Tourneur si ri-vela.

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