NERO/NOIR – David Mamet: l’illusionista del neo-noir

Il cinema di David Mamet assomiglia a una partita di poker. Statene certi, nella casa dei giochi di Mamet anche il mazzo di carte è stato truccato…

 

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Come non credere a una potente organizzazione concertata, a un grande e potente complotto che ha trovato il mezzo per far circolare i cliché dal di fuori al di dentro, dal di dentro al di fuori? Il complotto criminale, in quanto organizzazione del Potere, assumerà nel mondo moderno un andamento nuovo, che il cinema si sforzerà di seguire e di mostrare.” Gilles Deleuze

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 Il cinema di David Mamet assomiglia a una partita di poker. Lo spazio mostrato delle immagini mamettiane, come la vecchia bisca de La casa dei giochi, o la claustrofobica New York in The Spanish Prisoner, è una distopia che agisce come una forza centripeta sui personaggi, dove si rivela il lato più oscuro e perturbante del capitalismo. Il detective, il criminale, la vittima, presenti nella filmografia del cineasta americano, richiamano lo schema triangolare di Edgar Allan Poe che caratterizza tutto il genere crime. Gli eroi e gli anti-eroi vengono irretiti da dark ladies e truffatori seducenti, oppure manipolati da gamblers, prestigiatori, bari, illusionisti, agenti dell’FBI e della CIA falsi o corrotti. Statene certi, nella casa dei giochi di Mamet anche il mazzo di carte è stato truccato. Noi spettatori siamo invitati al tavolo verde, non diversamente dai protagonisti siamo attratti all’interno di questo ambiente, ammaliati da queste immagini (mentali) à la Hitchcock dove la posta viene continuamente rilanciata.

 

The Spanish Prisoner (1998) è il film più hitchcockiano di Mamet che rinvia al modello codificato da Intrigo internazionale. Se negli anni ‘50 Cary Grant si trova coinvolto in una lotta tra servizi segreti sul grande palcoscenico della guerra fredda, nell’epoca postmoderna/clintoniana quello scontro ideologico è terminato con la vittoria del mercato globale. Joe Ross (Campbell Scott), un giovane talento della matematica, scopre un algoritmo attraverso cui è possibile condizionare l’andamento delle quotazioni in borsa. La formula è un Mac Guffin intorno al quale ruotano come avidi predatori le figure principali del complotto. Ross, in modo analogo al protagonista di The Truman Show (uscito nello stesso anno), scopre di essere al centro di una diabolica fiction, una pedina manipolata da truffatori, assassini, FBI, polizia, US Marshal, dirigenti, amici e una insospettabile dark lady (interpretata da Rebecca Pidgeon, seconda moglie del regista). A differenza del maestro della suspense, Mamet non disdegna fuorviare e manipolare lo spettatore tramite espedienti narrativi come il whodunit e l’effetto sorpresa. Nelle inquadrature finali de Il colpo (2001), per esempio, l’anziano rapinatore Joe (Gene Hackman) dopo un’altalenante serie di colpi di scena pare definitivamente sconfitto; tradito dalla giovane moglie fuggita con l’amante e il bottino. Nelle ultime inquadrature, durante la fuga, i tubi caricati sulla jeep di Joe si graffiano e sotto la patina di vernice nera appare l’oro della rapina miliardaria. Nel finale quindi scopriamo “per caso” che il vecchio leone Joe, che ricorda da vicino il Walter Matthau di Chi ucciderà Charlie Varrick?, è riuscito a ingannare tutti.

 

homicideIl vero motore dell’azione nel cinema di Mamet resta sempre invisibile, nascosto in un fuori campo irraggiungibile, oscurato dalle numerose ellissi ‒ la vera cifra stilistica del regista di Chicago. Ne La casa dei giochi (1987), una psichiatra di grande successo si trasforma in una dark lady assassina. L’androgina Margaret resta coinvolta nel mondo extra-ordinario dei gamblers. In questo ambiente notturno in cui la vita sembra pulsare più intensamente, l’algida psichiatra può finalmente esprimere tutta la sua femminilità repressa lasciandosi andare al gioco di seduzione con Mike. Questa figura, interpretata da Joe Mantegna ‒ uno degli attori feticcio di Mamet ‒ è una specie di mentore oscuro che guida la donna nell’ambiente del crimine. Durante una truffa, Margaret si ritrova coinvolta in un omicidio: ma nel climax il complotto e l’omicidio dell’agente si rivelano una messa in scena, una stangata organizzata nei minimi dettagli da Mike per spillarle denaro. Prima della fuga, verrà ucciso senza pietà da Margaret nel deposito bagagli dell’aeroporto. È la palingenesi della dark lady nell’era di Ronald Reagan: donna in carriera di giorno, feroce assassina e scaltra criminale di notte. Mamet introduce alcuni segni iconici tipici della femme fatale: la protagonista è bionda, glaciale, con la sigaretta costantemente tra le labbra.

È praticamente impossibile parlare di Mamet senza citare la sua straordinaria opera di drammaturgo. Pensiamo alla pièce di Glengarry Glen Ross ‒ da cui è tratto l’ottimo film diretto da James Foley, Americani ‒ che già nel 1983 metteva impietosamente a nudo le contraddizioni del capitalismo selvaggio. Negli anni ’80 scrive le sue prime sceneggiature per alcuni grandi registi della New Hollywood. Nel 1981 adatta il romanzo di James Cain, Il postino suona sempre due volte ‒ uno degli archetipi principali del genere hard-boiled ‒ per la regia di Bob Rafelson. Ma è soprattutto la collaborazione con Sidney Lumet, lo straordinario legal thriller Il verdetto (1982), a segnare il punto di svolta per il futuro cineasta. Successivamente lavora sullo script di The Untouchables, diretto da Brian De Palma. Non sorprende dunque che il cinema di Mamet sia spesso caratterizzato dalle tonalità cupe e oscure del crime e del (neo)noir. Il detective ebreo Gold, l’eroe tragico di Homicide (1992), rivela gli aspetti più inquietanti e perturbanti della poetica mamettiana. Il film compie una inversione di 180 gradi rispetto a La casa dei giochi: invece di mostrare gli effetti del complotto da parte del potere criminale si focalizza sul personaggio, scrutando l’abisso oscuro e tragico del detective. Gold (Joe Mantegna), dopo lo scetticismo iniziale, si auto convince che l’omicidio della signora Klein è di matrice antisemita. Durante l’indagine la vera domanda che si pone il poliziotto non è tanto “chi ha ucciso?”, ma piuttosto “chi sono?”. Gold durante la risoluzione dell’enigma scoprirà, come Edipo, che l’origine del male non proviene da una causa esterna ma è radicata dentro di sé. Dietro l’omicidio non esiste alcun complotto neo-nazista, ma gli errori di valutazione di Gold costeranno la vita al suo unico vero amico, il detective Tim ‒ interpretato da un altro grande attore mamettiano, William H. Macy.

 

Spartan1Bob Scott in Spartan (2004) e Mike Terry in Redbelt (2008) sono, a differenza di Margaret, Joe, Gold e Ross, due eroi epici. Le azioni di Mike e Bob non sono condizionate dai desideri e dalle pulsioni inconsce che dominano di solito gli anti-eroi noir di Mamet, ma sono azioni necessarie nella congiuntura storica. Entrambi sono ex marines che hanno combattuto nella guerra in Medio Oriente dopo gli attentati dell’11 settembre. L’eroe epico è in armonia con la società, la cultura e lo spirito della sua nazione, ne incarna in modo evidente i valori fondanti. Nonostante ciò, l’agente dei corpi speciali Scott (Val Kilmer) scoprirà di essere solo un fantoccio impotente, manipolato dal potere dell’establishment. La Casa Bianca, la CIA, i mass media, la criminalità, hanno organizzato il complotto per il matenimento dello status quo, con la giustificazione che non si può indebolire la forza dell’America proprio quando c’è in vista una possibile terza guerra mondiale. Spartan sarà lo spunto iniziale per la serie televisiva sui Delta Force The Unit, scritta dallo stesso regista. Mike Terry (Chiwetel Ejiofor) è la figura di eroe epico più compiuta nell’opera di Mamet. Il suo personaggio è una sorta di evoluzione dell’agente Scott. Mike, dopo il congedo dal corpo dei marine, cerca di mantenere la propria purezza attraverso la disciplina e l’insegnamento dello Jiu Jutzu, ma anche lui vacillerà di fronte al potere criminale. Per mantenere la sua integrità pagherà un prezzo altissimo: il suo amico poliziotto Joe si suiciderà, Mike stesso verrà tradito da sua moglie Sondra (l’ennesima insospettabile dark lady), “venduto” ai boss che stanno truccando gli incontri mondiali di Jiu Jutzu. Nel finale Mike sconfiggerà il suo antagonista corrotto che aveva cercato di fermarlo in tutti i modi e di impedirgli la denuncia del complotto. Nell’ultima inquadratura Mike finalmente viene riconosciuto da Joao Moro, il sommo maestro dello Jiu Jutzu, ricevendo dalle stesse mani del mentore quel simbolo assoluto rappresentato dalla cintura rossa.

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