Nessuno ci può giudicare, di Steve Della Casa e Chiara Ronchini

Viene voglia di cantare e ballare, guardando questo godibilissimo documentario, sembra quasi di riuscire ad afferrare un’epoca, per molti solo immaginata, per altri lontanissima e quasi aliena

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


L’Italia del secondo dopoguerra ha cambiato sembianze, mode, usanze, abitudini, con una rapidità che da un decennio all’altro portarono genitori e figli a scollarsi sempre più. La prima generazione a compiere questa rivoluzione inesorabile, rapidissima e tutt’altro che silenziosa, è stata quella che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta visse sulla propria pelle le conseguenze del passo svelto di un’industrializzazione che garantiva un’inusitata autonomia, che scoprì il termine sconosciuto di “tempo libero”, che visse con nuovo slancio, vigore e passione la moda, il cinema, la musica. Una musica che diventa tutto a un tratto rockeggiante, che ascolta le melodie anglofone con la voglia di emulare, inventare, rompere NCPG - jukeboxegli schemi, che urla sfavillante dai juke box, che molleggia dirompente da uno schermo, cambiando i connotati del cinema musicale italiano dell’epoca. Nessuno ci può giudicare, documentario che vede alla regia Steve Della Casa (Uomini forti, Perché sono un genio! Lorenza Mazzetti) e Chiara Ronchini, percorre prima la nascita e lo stravolgimento dei cosiddetti musicarelli, la loro rivoluzione fatta di film che vedevano sfilare sullo schermo orde scomposte di cantanti rock viaggiando da una canzone all’altra, lanciando tormentoni musicali e nuove icone, e ancora attraversa il balzo che portò al beat e alle sue nuove tonalità e simboli, fino all’incipit della rivolta culturale (e poi) politica del ’68.

Dalle ugole di Celentano, Mina, Dallara, Gianco e dalle lucidissime intuizioni del duo Fulci-Vivarelli con i primi Urlatori alla sbarra e I ragazzi del jukebox, tra un Cantagiro e la nascita dell’etichetta The Clan, dall’esotismo di Mal o Shapiro ai ritmi di I ragazzi di Bandiera Gialla, fino ai travolgenti successi dei film con Rita Pavone, Caterina Caselli, Gianni Morandi: Nessuno ci può giudicare percorre i decenni cardine degli anni ’50 e ’60, raccontando un’epoca, una generazione, una sfida all’ordine costituito, così come pure la nascita di un nuovo tipo di consumismo, che ebbero fortissime ripercussioni sul nostro costume nazionale. Il ritmo, in perfetta sintonia con l’argomento, è veloce, fresco, vivace, trova fluidità, respiro e coloritura snodandosi attraverso un’abilissima alternanza di interviste ai protagonisti di quella svolta culturale, immagini di repertorio scovate tra l’Archivio storico dell’Istituto Luce e i Super8 amatoriali del fondo Superottimisti, scene tratte dai film musicali del periodo. NCPG - Caselli 03Il documentario di Della Casa e Ronchini, non è solo una narrazione puntale e precisa che riesce appieno nell’intento di sviscerare il proprio tema portante, ciò che davvero fa la differenza sono le tracce sonore e visive che a ogni testimonianza, a ogni sotto-capitolo, a ogni snodo, fotografano gli umori e i ritmi anche storico-politici di ciò che mostra e racconta.

Viene voglia di cantare e ballare, guardando quest’opera godibilissima, sembra quasi di riuscire ad afferrare un’epoca, per molti immaginata tramite i racconti, i filmati, le mode o gli oggetti vintage, per altri lontanissima e quasi aliena, difficilissima da immaginare. Suona così strano pensare a Rita Pavone che recita con Totò o Giulietta Masina, a Gianni Morandi che interpreta I pugni in tasca al posto di Lou Castel, a Caterina Caselli che riempie cinema straripanti all’urlo di battaglia “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”: vedere per credere, anche un acuto dissonante, un molleggio d’anche sincopato, o un caschetto biondo possono fare (e hanno fatto) la rivoluzione.

 

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Regia: Steve Della Casa, Chiara Ronchini

Con: Don Backy, Caterina Caselli, Tony Dallara, Ricky Gianco, Mal, Rita Pavone,
Gianni Pettenati, Shel Shapiro, Piero Vivarelli, Massimo Scarafoni, Steve Della Casa

Origine: Italia, 2016

Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà

Durata: 83’

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