Neve rossa, di Nicholas Ray

Mary: “Le persone che non stanno mai sole sono le più sole. Non lo crede anche lei?”
Jim: “Non lo so, non ci ho mai pensato”.
Mary: “No, non è vero. La maggior parte della gente sola cerca di capire che cos’è la solitudine”.

A Ray basta una sola inquadratura per definire l’ambientazione e il carattere della storia: un’automobile in soggettiva, non sappiamo chi sia il guidatore, percorre le strade notturne di una metropoli ancora viva sulla musica di Bernard Herrmann che, come una presenza tangibile, dà corpo alla scena; vediamo poi una serie di agenti di polizia sottratti alla loro quotidianità – chi di una numerosa famiglia, chi di una donna o nel caso di Jim Wilson (Robert Ryan) di una cena in solitaria. Siamo nel territorio del noir che Ray conosce molto bene: dall’esordio con La donna del bandito, ai due film con Bogart (I bassifondi di San Francisco e Il diritto di uccidere) e in questo Neve rossa (titolo originale On Dangerous Ground) c’è, oltre all’immediata riconoscibilità di un genere, la volontà di rappresentare personaggi al limite che attraversano un conflitto a volte dettato da cause esterne, di tipo sociale – la lotta per rovesciare le leggi naturali – in un discorso che si inserisce in una poetica realista (non a caso fu un autore apprezzatissimo da Godard); altre volte c’è invece un bisogno interiore e sofferto di cambiamento, che si misura in un movimento oscillante tra l’annullamento e la rinascita – i due momenti sono spesso imprescindibili e necessari l’uno all’altro (pensiamo al finale della Donna del bandito o del Diritto di uccidere).

Così dopo un inizio classico che descrive per quadri il marciume generalizzato (il gangster con il distintivo e tutto il sottobosco di spie, prostitute minorenni e malviventi), Ray sposta completamente lo sguardo e sceglie quella che è per lui l’unica via di fuga possibile, l’amore: in un’indagine che lo allontana dalla città, Jim incontra una donna cieca (la sorprendente Ida Lupino, qui anche regista non accreditata, che ha diretto, tra gli altri, noir estremamente moderni). Un’altra soggettiva senza un punto di vista esplicito, con la protagonista che apre la porta e lo invita a entrare in casa, ritarda il momento in cui apprendiamo della sua cecità ma soprattutto marca il passaggio al secondo movimento, più lirico e meno concitato del film, che si libera degli schemi rifiutando il dato di fatto – l’antieroe legato indissolubilmente al suo destino – e aprendosi a una riflessione profonda e attuale. Ray non cerca spazio nelle comodità del melodramma e con uno stile sempre essenziale, fa dialogare due individui che per motivi diversi vivono in una condizione alienante; le loro solitudini vengono smosse, finalmente si interrogano, trovando una possibile e reciproca redenzione.

Ha una conclusione coerente Neve rossa, con la storia e con i personaggi, nonostante si avverta una leggera forzatura imposta da un montaggio e da logiche produttive fuori dal controllo del regista (che aveva pensato a un finale meno armonioso). In quest’aspetto, forse, di rispetto e fedeltà nei confronti della materia narrata si può tracciare una linea di congiunzione tra le opere di Ray, così autentiche anche negli esiti più drammatici (il sacrificio inevitabile di John Derek ne I bassifondi di San Francisco, con quella camminata verso il patibolo così piena di dignità).

 

Titolo originale: On Dangerous Ground
Regia: Nicholas Ray
Interpreti: Ida Lupino, Robert Ryan, Ward Bond, Charles Kemper, Anthony Ross, Ed Begley
Durata: 82′
Origine: USA 1951
Genere: noir