Nicoletta Braschi si racconta al ValdarnoCinema Film Festival

Poco prima della cerimonia di premiazione del ValdarnoCinema Film Festival 2018, la giuria tutta la femminile ha incontrato il pubblico del piccolo paese toscano. Dopo l’incontro con la critica Beatrice Fiorentino e quello con la regista Silvia Luzi insieme al co-autore Luca Bellino, è stato il momento della presidentessa di giuria Nicoletta Braschi. L’attrice romagnola racconta di come ha iniziato la sua formazione teatrale all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, di come ha esordito a teatro con il regista Salvatore Cardone e di come sia diventata, a partire da Tu mi turbi, la musa ispiratrice e compagna di Roberto Benigni.

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Io e Roberto ci siamo conosciuti negli anni 80. Avevo cominciato da poco l’accademia e con lui condividevo la passione per i film, per i libri, per il teatro. Venivo da un’infanzia e da un’adolescenza piena di cinema. Seguivo tutta la programmazione televisiva, vedevo moltissimi film. Quando ho conosciuto Roberto abbiamo continuato insieme quel percorso. Abbiamo iniziato a fare cinema e  inconsapevolmente trattenevamo ciò che ci piaceva, come le commedie americane dei più grandi registi. Penso anche a Blake Edwards da cui sia io che Roberto siamo stati diretti ne Il figlio della Pantera Rosa. Poi è ovvio che nei film di Roberto c’è  soprattutto tanto Benigni e sono felice di averli fatti con lui e che siano stati così acclamati.

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Così dopo la trilogia Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino e Il mostro, si arriva a  La vita è bella, Premio Oscar nel 1997. “Non ci aspettavamo assolutamente tutto quel successo. Dopo la trilogia quello era davvero un salto nel vuoto e non ci aspettavamo nulla da quel film. Ma eravamo certamente molto felici mentre lo giravamo. Quello che mi piace di più è il passaggio così agile dalla commedia alla tragedia. Per me La vita è bella è la storia di un padre esemplare, un padre che nel modo più intelligente cerca di salvaguardare il figlio dal dolore.

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Lo stesso anno l’attrice vince il David di Donatello come miglior attrice non protagonista interpretando il ruolo della professoressa Giovanna in Ovosodo, diretta da Paolo Virzì: “Quando Paolo mi ha proposto questo ruolo ho capito che era arrivata l’occasione per fare un omaggio d’amore alla mia professoressa d’italiano delle medie, Liliana Dionigi. Lei mi ha dato le prime opportunità di apertura e per questo le sono stata sempre grata, e ho sempre continuato a vederla. Lavorare in quel ruolo è stato molto bello. Paolo è incredibile con gli attori, ha un orecchio musicale, coglie la verità nel tono dell’attore. Non si tratta mai di una cosa meramente tecnica, riesce a sentire se l’attore attinge nel profondo, se riesce a spostare le sue sovrastrutture.”

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Altro metodo, altro regista, Nicoletta Braschi racconta anche della sua esperienza con Jim Jarmusch che l’ha diretta in DaunbailòMystery Train: “Recitare in una lingua straniera è difficile. Prima di essere presa all’Accademia sono andata in America perché volevo seguire Stella Adler e venni anche presa nella sua scuola. Ma poi ho pensato: come posso esprimermi in una lingua che non è la mia? Ovviamente in Daunbailò avevo già più esperienza. Jim ti dice sempre di portare te stesso, anche di portare oggetti, idee, di venire sul set con qualcosa a disposizione da aggiungere alla sceneggiatura. È un regista che vuole verbalizzare se stesso. Poi voglio raccontarvi una cosa… nella scena di Daunbailò in cui ballo con Roberto la mia ultima espressione non è dovuta a un’estasi d’amore ma dal dolore perché mentre ci muovevamo Roberto mi ha dato un colpo di karate sul collo!
E se Jim Jarmusch lascia libertà ai suoi attori, in Mi piace lavorare (Mobbing) di Francesca Comencini Nicoletta Braschi ha un ruolo da protagonista e lì il lavoro è davvero lasciato in gran parte in mano all’improvvisazione: “Pensate che quando ho scelto il ruolo non mi è arrivata la sceneggiatura ma solo il trattamento. Mi piaceva da morire l’idea di questo personaggio e mi piaceva tantissimo il modo in cui la Comencini mi pedinava con la mdp. Mobbing è un piccolo film costruito pezzo su pezzo quotidianamente. I dialoghi nascevano giorno per giorno, tutti facevano un po’ di tutto e si rimboccavano le mani. Luca Bigazzi alla fotografia fu incredibile.

E poi c’è il teatro, c’è Giorni Felici tratto da Samuel Beckett e diretto da Andrea Renzi dove l’attrice interpreta la protagonista Winnie. A differenza di Mobbing qui (quasi) nulla è stato lasciato al caso. “Il lavoro per Giorni Felici è stato un lavoro lunghissimo, ci sono stati 9 mesi di preparazione, di lavoro sul testo eseguito col microscopio. Il lavoro fatto con Andrea, con Roberto De Francesco e con Costanza Boccardi è stato incredibile, abbiamo lavorato con estrema precisione parola dopo parola. Ma poi in teatro il regista non è presente a tutte le repliche, non è come al cinema. Io sono ligia al dovere ma una volta sul palco il rapporto è col pubblico e anche se devi seguire la rotta del regista quando sei in alto mare è il pubblico a comandare. E il testo di Beckett è straordinario, è come se scrivendolo abbia pensato subito all’attrice… il testo sembra una gabbia ma in realtà libera l’attrice dal peso di prendere ogni decisione e le permette di occuparsi di un’altra dimensione, di restituire un capolavoro. Ogni volta che ho la fortuna di riproporre questo testo sono felice.”

L’ultimo ruolo interpretato dall’attrice è quello della marchesa Alfonsina De Luna in Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher, premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2018. “Fra i miei moltissimi desideri c’è sempre stato quello di interpretare una perfida. In Johnny Stecchino sono perfida ma seguendo il tono della commedia. Qui sono una perfida vera. Ho usato tutto lo schifo che provo per questo personaggio, che per il suo egoismo piega la vita degli altri al sogno malato. Fa marcire il presente per rimanere attaccata al suo passato. È davvero un mostro!