Night in Paradise, di Park Joon-hu

Il primo inatteso colpo di fulmine di #Venezia77 arriva dalla Corea con un thriller tesissimo, senza speranza, con scene di violenza girate magistralmente ma anche con una malinconia opprimente. Ci sono gli schizzi di sangue improvvisi di Kitano in Night in Paradise, titolo inglese di Nak-won-eui-bam, evidenti nella scena della sauna e nella sequenza senza respiro nel casolare in campagna. Nelle scene di violenza Park Joon-hu può aver guardato al maestro giapponese. Non cerca però quel suo grandioso delirio tra follia e comicità. Anche perché il cineasta coreano, qui al quinto lungometraggio, è già un maestro dell’action. Night in Paradise non risparmia colpi, non evita la strage ma la prolunga in un film di 131 minuti che scorre benissimo. E ogni sequenza è estremamente studiata nella sua precisa geometricità dove poi le traiettorie si spezzano. Perché entrano in gioco la furia criminale e la vendetta dove l’azione che viene compiuta potrebbe essere vista con gli occhi dei protagonisti come nel finale.

Tae-gu, criminale di punta della gang criminale di Mr. Yang, si vendica dopo che la sorella e la nipote vengono uccisi in un incidente stradale dove in realtà era lui il bersaglio. Fa fuori il boss criminale di un’altra banda che ritiene responsabile e si rifugia nell’isola Jeju. Qui viene ospitato da Kuto e da sua nipote Jae-yeon. La ragazza è di poche parole, ha una mira infallibile ed è gravemente malata. Tra loro scatta un’attrazione che non riescono a dichiararsi.

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Night in Paradise è un action/thriller nel segno della morte come continuo presagio che attraversa tutto il film. C’è la malattia della sorella prima che venga fatta fuori e quella di Jae-yeon, un personaggio di un’intensità travolgente. Oltre ad essere esemplare nel suo genere, Night in  Paradise è anche un mélo mancato. C’è innanzitutto un continuo contrasto tra l’azione e il paesaggio, caratterizzato dal cielo e dal mare. Ed è proprio in un locale vicino a una spiaggia che i due protagonisti mangiano la zuppa di pesce. Sembra momenti passeggeri, invece sono determinanti della vita che resta di due figure dal destino già segnato. E poi indicano delle momentanee sospensioni, quelle di un noir alla francese come in Grisbì di Becker quando Jean Gabin e René Dary si dicono di essere sul tramonto come gangster davanti a delle fette biscottate, del paté e del vino. Il loro rapporto è sospeso tra l’attrazione e la pietà. Anzi, forse l’ago della bilancia pende dalla seconda parte. Però cercano almeno la possibilità, irrealizzabile, di vivere i loro ultimi giorni insieme.

Le scene d’azione lasciano il segno come nell’immagine sotto la pioggia dell’auto ribaltata nell’incidente dove hanno perso la vita la sorella e la nipote del protagonista, e un inseguimento di grandiosa essenzialità in cui non spreca un’inquadratura fino a tutta la parte finale. I personaggi negativi, come i boss che tradiscono o quelli spietati, sono vere carogna, un po’ come il killer di V.I.P., il terzo lungometraggio del regista. Ma al tempo stesso i suoi eroi sono eroi solitari, che cercano di dare un senso alla propria vita. Tae-gu, da questo punto di vista, è come il cacciatore solitario che ha perso la moglie di The Tiger. Sono figure che si portano dietro l’eredità di quei malviventi che restano fedeli al proprio codice d’onore del cinema di Jean-Pierre Melville, di quelle maschere crepuscolari del cineasta dove il meglio della loro vita è già passata. Però hanno un fascino potentissimo. Night in Paradise scopre, anche sotto questo aspetto, un cineasta della Madonna che alla fine cerca la pace del mare. Proprio come Kitano e Melville.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)

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