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Nightborn, di Hanna Bergholm

Una casa isolata nel bosco diventa l’incubo di una coppia in attesa di un bambino. Un figlio che fin dalla nascita si rivela essere una creatura speciale e mostruosa. Berlinale76. Concorso

Nella poetica di Hanna Bergholm sembra esserci una certezza, qualunque cosa nasca porta con sé qualcosa di malvagio, o quantomeno di bizzarro. La regista finladese si era fatta conoscere per il debutto al Sundance con Hatching – La forma del male, dove da un uovo nasceva una creatura malefica, un approccio al body horror come punto di esplorazione che, partendo dal soprannaturale finiva per indagare la pressione ai tempi dei social media. In Nightborn la dinamica resta la stessa Stavolta la storia raccontata è quella di una coppia felice che decide di lasciare Londra per trasferirsi nell’isolamento della foresta finlandese, il luogo dove Saga ha passato l’infanzia. Ora aspetta un bambino e lei e Jon sono al settimo cielo. Ma appena il bimbo nasce Saga si accorge di qualcosa andato storto, percepisce segnali inquietanti, alla gioia subentra il dolore. E cominciano i problemi. Ancora un rapporto madre e figlio/a malsano dunque, ancora il bisogno di essere all’altezza delle aspettative, di una madre ingombrante, di un fidanzato insensibile. La regista finlandese riprende la tematica di una maternità difficile, affrontata in modo eccezionale da Lynne Ramsay in Die, My Love con una straordinaria Jennifer Lawrence nei panni di una giovane mamma nevrotica, sempre meno connessa con il mondo che la circonda.

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Nella crisi post partum di Saga invece il carattere corrosivo della depressione prende una forma tangibile: il suo bambino, il frutto del suo seno, vuole letteralmente divorarla. Pianti a dirotto, insistenti, ripetitivi, trasportano lo spettatore in pieno disagio. E lo rendono osservatore privilegiato, perché unico testimone, insieme alla madre, dei comportamenti bestiali del neonato, un essere peloso che emette dei grugniti raccapriccianti e si nutre come un cannibale. Meritevole di amore incondizionato e circondato da un aura di santità, in possesso di quell’innocenza che nei film dell’orrore diventa qualcosa di molto facile ed intelligente da colpire. Imperdonabile e disumano. Il disturbo visivo e quello sonoro limitano l’impatto psicologico, che viene quasi esorcizzato da una buona dose di humor soprattutto nella prima parte del racconto. Poi viene fuori qualcosa di selvaggio, qualcosa che si ribella, e la casa sembra riassorbita dalla natura circostante, un elemento dal peso importante nell’insieme, che viene utilizzato a mezzo servizio, soprattutto grazie ai rumori ambientali. L’attenzione per il sound design e per la sceneggiatura risentono di una regia ancora acerba che si trastulla con le ombre e si sporca in un riflusso di sangue fetale senza considerare affatto il mistero nascosto nel visibile. In Nightborn si sente insomma la fatica di allontanarsi da uno schema vincente. Ed è incredibile quanto, in tal senso, il finale possa considerarsi autobiografico, come suoni quasi una confessione l’esigenza di staccarsi da qualcosa, un’idea, una creazione, per non esserne annientati.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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