Nikita, di Luc Besson

Sono tanti i ragazzi selvaggi che popolano il cinema di Luc Besson. Disadattati e spesso fuori dagli schemi e da una civiltà che li vorrebbe in giacca e cravatta, con dei figli e una vita normale. Ci provano a seguire le regole del gioco, e per un po’ ci riescono, ma il richiamo alla natura primordiale detta sempre il suo ultimo canto, ammaliante come la voce delle sirene che trascinano i marinai nel blu profondo e oscuro delle acque. Anche questo Nikita, quarto film del regista, cos’è se non un percorso di formazione che segue la protagonista nella sua mutazione da corpo alieno a corpo umano? Una splendida Anne Parillaud (allora moglie di Besson e vincitrice, per la sua interpretazione, del premio César e del David di Donatello) presta il volto a questa ragazza ribelle e tossicomane che porta con sé il peso di quella gioventù della banlieue parigina che di lì a qualche anno esploderà nel film manifesto di una generazione e di una situazione politica turbinosa. Anche Nikita, come Vinz, punta la pistola contro un poliziotto; lei però ha il coraggio folle di premere il grilletto, ma a differenza di Vinz verrà salvata da un destino che non la vuole vittima dell’odio e della violenza o martire di valori che si professano cristiani.

Perché Besson si allontana presto dal presente, sia esso attuale o consegnato alla Storia e all’immaginario, per concentrarsi sui personaggi – sua la sceneggiatura – e molto meno di quanto sia stato detto sullo stile, certo presente e riconoscibile soprattutto in apertura (l’uso delle luci nella prima sequenza adrenalinica), ma almeno in questo caso non così in primo piano. Allo stesso modo l’azione, che entra tra parentesi nella narrazione senza diventare puro esercizio di spettacolarizzazione: nelle missioni che di volta in volta le vengono affidate – in seguito a un addestramento speciale che la vorrebbe killer spietata – Nikita mostra il suo bagaglio di sofferenza e disperazione per qualcosa che non ha scelto lei di fare e che cerca di tenere in equilibrio con quello che è riuscita a costruire finora – la relazione stabile e duratura con Marco (Jean-Hugues Anglade), personaggio altrettanto sviluppato.

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In questo scarto tra quotidiano e identità segreta, impossibile alla fine da colmare, c’è l’originalità di una storia che in parte fugge i modelli più classici del racconto che avrebbero voluto la nostra eroina felicemente soddisfatta e magari tra le braccia del fascinoso capo e mentore che ha un debole per lei (Tchéky Karyo). E invece niente Jules e Jim. Resta però presente e vivida la forza conturbante di Jeanne Moreau, qui maîtresse de charme, che proverà a trasmettere un po’ della sua femminilità a Nikita, insegnandole anche come abusarne. In questa parte iniziale e più statica il dramma si stempera in una comicità che trova nel corpo la sua forma di espressione diretta: Nikita prende a schiaffi il suo insegnante di arti marziali, danza, più come Pinocchio che come una ballerina di Degas, e segue un’educazione sentimentale che passa attraverso immagini in bianco e nero di film romantici con stelle del passato. E poi ancora la vediamo in un supermercato che pedina una donna imitando i suoi gesti e verso la fine, quando la sua trasformazione sarà completa, apparirà vestita elegantemente con un cappello a tesa larga che ricorda, anche per la fisicità di Parillaud, Audrey Hepburn. Del resto lo sguardo di Besson oscilla sempre tra il cinema americano, quello francese e non solo, contaminando generi e toni, tradizione e modernità, e creando piccole grandi icone – Nikita, da cui poi verranno tratti un remake (hollywoodiano!) e due serie televisive – e il killer a sangue freddo interpretato dal sodale Jean Reno, che avrà la sua piena occasione di riscatto in Léon.

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Titolo originale: id.
Regia: Luc Besson
Interpreti: Anne Parillaud, Jean-Hugues Anglade, Tchéky Karyo, Jean Reno, Jeanne Moreau, Philippe Leroy,
Durata: 115’
Origine: Francia, Italia, 1990
Genere: azione, thriller

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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