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Nina Roza, di Geneviève Dulude-De Celles

La regista canadese torna alla BERLINALE76 con un film di straordinaria intensità sull’esilio dell’espressione, sull’estraneità e lo smarrimento. Concorso

Una ragazza è seduta in un giardino, al centro di una festa, ma è chiaramente fuori posto, il suo sguardo è smarrito nel vuoto. È la scena inziale di Nina Roza, che sin dalla prima inquadratura dichiara il suo motivo fondamentale, un sentimento di estraneità e smarrimento. È ciò che attanaglia la ragazza, Rose, in maniera più o meno consapevole, al punto che sceglierà di rifugiarsi per qualche giorno, insieme al suo bambino, dal padre, ma non saprà esattamente rispondere alle sue domande. Dirà solo di non riuscire a sentirsi “presente”. Ma è lo stesso sentimento che vive il padre, Mihail, che è andato via dalla Bulgaria quasi trent’anni fa, dopo la morte della moglie, portando con sé la figlia ancora bambina.  Si è stabilito a Montreal, è diventato un curatore e un esperto di arte contemporanea. Una nuova vita, un’altra lingua, un nuovo nome francese per sua figlia, Rose anziché Roza. E la testarda scelta di tagliare i ponti con le radici. Ma il sacrosanto rifiuto della dittatura dei ricordi non può essere una pura e semplice rimozione. Perché altrimenti i fantasmi riaffiorano da qualsiasi parte, da ogni minimo segno. Quando Rose mette su un vecchio 45 giri di canzoni, Mihail va su tutte le furie. E ancor più quando gli propone di insegnare al nipote qualche parola di bulgaro. “A che gli serve? Non avrà mai amici in Bulgaria!”, urla, ostinandosi a non capire.

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Ecco la scissione che racconta Geneviève Dulude-De Celles è innanzitutto una questione di lingua. “Penso in francese”, risponderà più in là Mihail al vecchio bulgaro che lo prende in giro per il suo strano modo di parlare. Perfetto, i pensieri, il lato razionale, si esprimono in francese. Ma i sentimenti, tutta la sfera emotiva, che lingua parlano? Gli amori che hai vissuto, le cose che hai sentito, i colori, i profumi, i sapori… E in questa confusione, come si può dare una forma esatta e piena a ciò che hai dentro? È esattamente la domanda davanti a cui si ritroverà Mihail, quando incontrerà Nina, la piccola pittrice prodigio, di solo otto anni, che vive in un villaggio della campagna intorno a Sofia. Un amico collezionista gli darà l’incarico di scoprire se quei dipinti sono autentici o una farsa messa in piedi ad “arte” e sarà costretto a tornare. A fare i conti con i ricordi, i fantasmi, i legami familiari interrotti, tutto un mondo che, nel bene o nel male, ha nutrito la sua sostanza. E soprattutto con il trauma di Roza, staccata da quel mondo troppo presto e contro la sua volontà. Negli occhi tenaci di Nina rivedrà sua figlia, nel destino che il “mercato” pretende di imporle, si prefigurerà lo stesso smarrimento.

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In fondo, Nina Roza è un film sull’esilio dell’espressione, prima ancora che sullo sradicamento e la nostalgia. Cioè, si struttura intorno all’idea che la parola, il gesto, il segno non possano aver davvero senso se non nella fedeltà alla parte più profonda di sé stessi. Alla convinzione che l’unico posto che possiamo chiamare casa è quello che vive nell’intimo del nostro cuore. Racconta questo bisogno viscerale di saldare l’autenticità di ciò che si dice e la verità dell’intenzione alla libertà e alla consapevolezza di un percorso. Mica poco. È un terreno fragilissimo, attraversato da faglie, rotture, smottamenti, vicoli ciechi.

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Geneviève Dulude-De Celles (che torna alla Berlinale dopo aver vinto nel 2019 il Crystal Bear a Generation con Une colonie) lo sa. E per questo cerca la stessa “cura” che alla fine decide di avere il suo protagonista, che trova in Galin Stoev l’interprete ideale. Si muove con delicatezza sul filo di sentimenti sottili, a volte contraddittori, tra fitte dolorose, laceranti, ma anche momenti teneri, aperti, gioiosi. Cose che riposano nei silenzi ancor più che sulle parole. Nelle mani che sfiorano un volto, negli occhi che ci riguardano, nella pura e semplice condivisione di un attimo. Nelle strade intraprese, più che nelle opere compiute. Che straordinaria densità…

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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