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Nino, di Pauline Loques

In un cinema spesso ossessionato dal dolore, il film sceglie il silenzio. Lì, tra le pause e i respiri, trova la sua verità più profonda. #RoFF20. Progressive Cinema

Qualche giorno prima del suo 29º compleanno, Nino (Théodore Pellerin) scopre, nell’ordine: di avere un tumore alla gola, perde le chiavi del proprio appartamento parigino e peregrina senza sosta tra gli appartamenti di amici e la casa di famiglia, fino alla conoscenza di un nuovo amore possibile. L’esordio al lungometraggio di Pauline Loques, a partire dalle sue premesse, dichiara immediatamente di non voler mettere troppa carne al fuoco, come spesso accade a moltissimi debutti all’inseguimento disperato dell’eccesso di tematiche e riflessioni, preferendo di gran lunga uno sguardo (e una cura) gentile sui momenti ordinari — in qualche caso purtroppo, e in altri per fortuna — della vita di ciascuno di noi: tra questi, la malattia e, così, l’amore. Quasi sempre sussurrati e mai gridati. Nonostante il dolore e lo spaesamento.

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A dispetto delle apparenze, Nino non possiede alcunché del sempre più abusato filone cinematografico “amore & malattia”, facendosi, al contrario, esplorazione intimista di un crollo che non è mai davvero tale. Può diventarlo, questo è certo, preferendo però la risalita e la speranza. La quale, spesso e volentieri, nasce dal silenzio e dalla pratica — sempre più rara — della gentilezza, mettendo da parte qualsiasi potenziale eccesso di verbosità, animosità e, così, di compassione: ciò che tutto può distruggere e nulla può salvare.

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Lo dimostra con forza la scrittura di Loques, la quale, senza temere contraccolpi, si confronta con il cinema di François Truffaut, Maurice Pialat ed Éric Rohmer, dando vita a una peregrinazione solitaria, confusa ed estremamente quieta tra le strade di Parigi. Una peregrinazione che, pur osservando il precipizio, resta instancabilmente sul cammino, ricordandoci l’importanza salvifica degli amori giovanili, delle amicizie e della famiglia, che — nonostante il mancato ascolto e la scarsa comprensione, dunque l’effettiva distanza emotiva — resta tale: ossia il punto di riferimento a cui tornare quando il mondo tutt’attorno sembra perdere di valore e l’abbandono appare come l’unica, ultima via.

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Nino, di Pauline Loques

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Nino, pur essendo solitario, alla vita non intende affatto rinunciare, ritrovandosi perfino a sorridere dello squilibrio emotivo, mantenendosi leggero, anche nel turbamento. Con sorpresa, e forse sgomento, dell’unico amico posto di fronte alla verità, dunque alla diagnosi terminale. È uno dei rarissimi momenti umoristici di un lungometraggio elegante, essenziale e poetico, che sceglie fin da subito di rinunciare all’abituale pornografia del dolore e, al tempo stesso, ai linguaggi buffi di tutto quel cinema che si convince di dover sorridere per forza di ciò che inevitabilmente fa male. Loques non rinuncia alla verità degli stati d’animo e della vita: per questo indaga lo sconforto.

Lo rintraccia nello sguardo, lo osserva e ancora lo mostra: tanto a partire dalla peregrinazione dolente e senza meta di Nino, quanto nelle parole assolutamente credibili, reali e mai letterarie o cinematografiche delle conversazioni e delle fughe emotive, scambiate e vissute da Nino in compagnia delle sue conosciute e sconosciute anime affini, incontrate lungo il cammino che precede l’inizio della chemioterapia. Come detto, Loques alle grida preferisce i sussurri: quelli della chiacchiera notturna riflessiva, di scavo e, insieme, leggera — se non addirittura buffa.

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In tal senso, la prova interpretativa di Théodore Pellerin (raramente un volto e un corpo cinematografico sono risultati così in linea con l’anima e le atmosfere, tanto della scrittura quanto dello sguardo autoriale del film) ne è l’esplicitazione più diretta. Mai sovrascritto, né, al contrario, in sottrazione: bensì in equilibrio fragile e duraturo tra una moltitudine di stati d’animo e la stasi, approdo ultimo del suo cammino e del viaggio al di là delle cure e di ciò che verrà. Forse la fine, oppure una vita possibile.

Se Antoine Doinel fosse stato quieto e gentile, e ancora, se avesse ascoltato in cuffia i Fontaines D.C., sarebbe stato Nino. Lo è oggi, e lo resterà per un po’. La speranza, certamente, è che torni. Ma la realtà della vita ha la meglio sulle moltissime derive possibili del racconto. Qualcosa di raro, oggi più che mai. In concorso alla XX Festa del Cinema di Roma.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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