No Bears, di Jafar Panahi

Jafar Panahi ci scaraventa nel suo metauniverso di film dentro i film, di riprese impossibili, di prigioni materiali e immagini in libertà. Straordinario anche quando si aggroviglia. Concorso.

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La prima scena è in una città della Turchia, in una strada affollata. Una donna esce da un ristorante e incontra un uomo che le consegna un passaporto falso. Si tratta di una coppia iraniana, che cerca un modo di arrivare in Europa, per avere finalmente un po’ di pace, dopo una vita di persecuzioni da parte del regime di Teheran. Però lui non ha ancora trovato i documenti e dice alla compagna di avviarsi da sola. Nasce un litigio. Poco dopo, una voce dà il cut. È un set cinematografico. Lentamente l’obiettivo indietreggia e scopriamo, da tutt’altra parte, un computer e un uomo. È il regista, Jafar Panahi. Che immediatamente ci scaraventa nel suo metauniverso di film dentro i film, di riprese impossibili, di reclusioni, di prigioni materiali e immagini in libertà. Tutto un gioco di sovrapposizioni che si complicano. In cui c’è la messinscena di una storia “vera” di due persone in fuga. Che sono un’altra declinazione possibile della situazione di Panahi perseguitato politico. E, d’altro canto, come già in Tre volti, c’è un discorso sulle comunità rurali, sul peso di tradizioni a volte difficilmente comprensibili, fatte di matrimoni combinati, giuramenti sacri, conflitti atavici e superstizioni.

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Al centro di tutto, un’altra riflessione vertiginosa sul senso delle immagini, sulla loro capacità di testimoniare o manipolare la realtà e sulla precarietà della loro essenza. Ma il grande merito del cinema di Panahi, anche quando sembra aggrovigliarsi e andare in confusione, è nel riportare sempre il discorso teorico sul terreno delle cose concrete, delle vicende umane, sentimentali ed emotive. E soprattutto al cuore di un’esperienza personale vissuta con fiera determinazione. In cui avverti la tensione tra l’aspirazione alla libertà di movimento e di espressione e la consapevolezza di una limitazione profonda, di una situazione politica ed esistenziale soffocante. Non c’è autocompiacimento nel modo in cui Panahi si mette in mostra. C’è la volontà di essere un segno, un testimone, una metafora. Di un’impasse che riguarda un’intera società. E che però non si traduce mai in un patetico lamento né in un desiderio di fuga. Come dimostra la splendida scena in cui Panahi si affaccia sulla linea di confine, lungo il sentiero percorso dai contrabbandieri, e rifiuta di fare un passo in più. Per ritornare al suo mondo, pur se pieno di trappole e di gabbie, lì dove sono le sue radici e il conflitto è più urgente.

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Del resto, il centro di No Bears riguarda la paura e la disperazione. La paura, come dice in maniera inequivocabile uno degli abitanti del villaggio, è ciò su cui attecchiscono le superstizioni e si struttura il potere. È la proiezione di mostri che non esistono e che sono funzionali al controllo. Non ci sono orsi qui. La disperazione è ciò che prende alla gola, dopo che è stato frustrato ogni tentativo di resistenza, di uscire dall’asfissiante maglia degli usi e delle leggi. E quindi ogni libera espressione, ogni gioia, ogni slancio d’amore puro. Invece, per Panahi, l’importante è lottare, continuare a filmare, ovunque, in qualsiasi condizione, contro ogni imposizione. Continuare a contrabbandare le proprie immagini, facendole circolare anche nel modo più clandestino e rocambolesco. Continuare a pensare, scrivere, vivere, anche quando non si ha più voglia. Certo il film si conclude su due gesti disperati, violenti. Che non sembrano lasciare molto margine alla speranza. Panahi sembra inerme. Di fronte alla morte, distoglie lo sguardo, per un estremo gesto di pudore e di etica. Ma non per questo si ferma. Continua a guidare ancora un po’. E a girare, nonostante tutto. Nell’ultima inquadratura tira il freno a mano. Ma il motore è ancora acceso. Almeno fino al prossimo film.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
4.25 (4 voti)
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