No Good Men, di Shahrbanoo Sadat
Il film di apertura della Berlinale 76 si accontenta di rispettare le traiettorie obbligate di un cinema internazionale innocuo, incapace di liberarsi dalla dittatura dei temi. Special Gala
Shahrbanoo Sadat racconta la condizione femminile in Afghanistan, facendo parlare innanzitutto le donne. Mettendo a confronto aspirazioni e delusioni, rassegnazione e insofferenza, il desiderio di autonomia e libertà e la condiscendenza ai dettami di una mentalità reazionaria, se non apertamente fondamentalista. È questo sguardo femminile il motivo di interesse di No Good Men, che a tratti sembra quasi potersi trasformare in un’inchiesta sociologica da cinéma vérité, quando Shahrbanoo Sadat, nei panni della protagonista Naru, raccoglie per strada la testimonianza di donne d’età sulla loro esperienza dell’amore. Ma è uno spunto che finisce per perdersi immediatamente nei cliché di una trama romantica già scritta
Naru, difatti lavora come cameraman nella più importante emittente televisiva di Kabul. Ma deve ovviamente scontare la diffidenza dei colleghi, la profonda disparità imposta da una società conservatrice e maschilista. A questo si aggiungono i problemi della vita privata, un figlio di tre anni da mantenere e una separazione non ancora formalizzata con il marito, traditore e smidollato. Del resto la sua situazione non è molto diversa da quella della stragrande maggioranza delle donne afghane, alle prese con uomini tutt’altro che ideali e senz’alcun potere di far sentire la propria voce. La differenza è che Naru non sa rassegnarsi all’idea di non poter affermare la sua indipendenza e il suo valore. Ma quando le si presenta l’opportunità di accompagnare il più famoso reporter di Kabul News, Qodrat, per girare le riprese di un’intervista a un leader talebano, le cose sembrano andare di male in peggio. Eppure saprà conquistare la stima e la fiducia di Qodrat. E non solo.
Ecco, tra un sorriso e una lacrima, No Good Men alla fine si rinchiude nella gabbia degli stereotipi: l’amore impossibile, la misura fuori scala di un uomo che alla fine sembra quasi rivaleggiare con Humphrey Bogart di Casablanca, la solidarietà femminile che si oppone alla meschinità di un universo maschile opportunista e ottuso. E seppure questi stereotipi sono capaci di indicare la gravità di una condizione e la precarietà di un contesto sociale e politico esplosivo, rimangono semplici tracce, dita puntate sull’urgenza di un tema. Di un contenuto che viene sfiorato solo in direzione orizzontale, senza mai sfidare la possibilità di un’altra prospettiva, verticale, obliqua, sbilenca, tangenziale, tortuosa, opposta. Eppure non è mai un problema di temi e di storia. Il fatto è che Shahrbanoo Sadat traduce tutto nelle forme standard di uno stile pulito e confortevole, da esportazione. Come se la regista, ormai nome abituale dei grandi festival (i suoi film precedenti Wolf and Sheep e The Orphanage erano stati entrambi selezionati alla Quinzaine), si fosse già accontentata di rispettare le traiettorie obbligate di un cinema internazionale innocuo, a uso e consumo di un pubblico “illuminato e progressista”, ma incapace di liberarsi dalla dittatura dei temi.





















