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No Mercy, bandito il videogioco che ludicizzava lo stupro

Cancellato da Steam il violento gioco sviluppato dal piccolo team Zerat Games, un’avventura grafica con il protagonista che non accetta un no come risposta. Ma come si è arrivati alla pubblicazione?

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Il mondo dei videogiochi è espanso a dismisura da una ventina di anni, non solo a livello produttivo e pubblicitario, con grandi aziende che creano dei veri e propri blockbuster, ma anche con la maggiore accessibilità ai programmi di sviluppo. Se negli anni ’90 sviluppare un videogioco era possibile solo per aziende milionarie, adesso anche un ragazzino con un PC che ha visto un paio di tutorial può crearne uno. Questo, quando c’è di mezzo arte, buone idee e cura per i dettagli, può portare a piccoli giochi indie amati dal pubblico e dalla critica. Ma come sempre dare voce a tutti, ma proprio a tutti, può portare a situazioni ai limiti del tollerabile. È il caso di un videogioco sviluppato da un piccolo team americano, Zerat Games, che ha portato nelle librerie della piattaforma Steam un’avventura grafica fatta di stupri e incesti, dal titolo No Mercy.

No Mercy racconta di un ragazzo che si vendica contro le figure femminili della sua famiglia, dopo che sua madre ha tradito suo padre. Come da tagline, vuole “essere l’incubo di ogni donna” e “non accetterà alcun no come risposta”. L’obiettivo del gioco è sottomettere sessualmente ogni donna che si para davanti al protagonista. Anche il titolo quindi, No Mercy, nessuna pietà, rende l’idea del disagio e della pericolosità di un prodotto del genere facilmente accessibile su Steam anche dai bambini. O meglio, era facilmente accessibile, dato che questo abominio di videogioco non è passato inosservato. Sono nate in pochi giorni petizioni, oltre a richieste ufficiali, rivolte alla piattaforma di Valve per rimuovere il gioco. Anche alcuni politici, come il britannico Peter Kyle, si sono espressi per bandire No Mercy globalmente.

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Sembra di parlare di ovvietà ma a quanto pare molte persone nel mondo non riescono a centrare il nucleo del problema della sola esistenza di un videogioco di questo tipo. Come ad esempio gli sviluppatori del gioco, che su Steam, dopo aver rimosso No Mercy, si lamentavano dicendo “è solo un videogioco”. Purtroppo, invece, non è così. Mostrare delle nudità, atti sessuali e addirittura violenza e stupri, non è di per sé un problema; il vero dilemma nasce dall’accezione che viene data a tali temi ed eventi. Questo videogioco promuove ed esalta la figura di un maschio che sottomette e stupra delle femmine, non c’è nulla di divertente o educativo, è anzi deleterio e disgustoso. È solo uno sfogo di menti maschili misogine e disturbate, incapaci, proprio come il protagonista di questo gioco, di accettare un no come risposta, diventando i peggiori incubi delle donne.

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Il tema della cultura misogina del maschio è sempre più palese nella società odierna. Abbiamo avuto un grande esempio datoci dalla serie Netflix Adolescence, dove un ragazzino accoltella una sua compagna a seguito di un rifiuto. No Mercy è solo l’ultimo esempio di una società ancora prettamente maschiosferica che invece di affrontare di petto il problema, cercando di estirparlo alla radice, lo rende giocabile. Fortunatamente esistono ancora persone capaci di vedere il pericolo e di combatterlo. Come Collective Shouts ad esempio, gruppo australiano che non ha perso un secondo ad aprire una petizione per cancellarlo. Anche Yvette Cooper, segretario di stato per gli affari interni del Regno Unito, si è detta sollevata quando il gioco è stato rimosso.

Resta da chiedersi come sia stato possibile che un gioco simile possa essere messo in vendita su Steam a 12 dollari. Nonostante la piattaforma riporti la dicitura che afferma di “non consentire la pubblicazione di contenuti che promuovono odio, violenza o discriminazione verso gruppi di persone in base a etnia, religione, genere, età, disabilità o orientamento sessuale”. A quanto pare i controlli effettuati sono stati a dir poco lacunosi. All’11 aprile, No Mercy risulta bandito o cancellato da molti paesi nel mondo, compresa l’Italia, ma risulta ancora attivo in molti altri.

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