Nomadland, di Chloé Zhao

In Concorso a #Venezia77 e in contemporanea anche a Toronto il nuovo film della cineasta di The Rider segue Frances McDormand in giro per l’America insieme al movimento dei vandwellers

La riflessione più inedita nel percorso di Chloé Zhao tra le strade d’America non è incarnata dall’abituale repertorio di paesaggi al tramonto, montagne millenarie, cieli stellati, bagni nei ruscelli e praterie innevate che il film attraversa, e probabilmente nemmeno nel veicolare la filosofia della cosiddetta VanLife di Bob Wells, guru del movimento di nomadi su quattro ruote che si spostano di Stato in Stato alla ricerca di oasi di mutuo soccorso e pratiche di esistenza al di fuori del diktat capitalista. La regista cinese con apprendistato a Londra recupera l’intuizione forte del precedente, fortunato The Rider e anche stavolta affianca alla protagonista Frances McDormand i volti pazzeschi di personaggi nel ruolo di se stessi, le nomadi Linda May e Swankie, occhi e rughe che parlano da soli, reincarnazioni struggenti dei fantasmi al falò di Tom Joad.
Ma lo slittamento più interessante non è neanche questo, quanto l’annessione qui definitiva del panorama industriale allo sfondo naturale ancestrale d’America: le fabbriche dismesse e le città di operai abbandonate hanno ora per questo immaginario la stessa età preistorica dei canyon di rocce rosse e delle ossa di dinosauro (lo spiega in sostanza lo stesso Bob Wells nel suo discorso di benvenuto al raduno dei “vandwellers”). Sono diventate un parco nazionale come tutto il resto della nostra relazione con l’immagine di una Natura oramai impossibile da decontaminare davvero – in questo è rivelatorio il finale in cui, dopo tanto vagare di lavoretto in lavoretto, di città in città, e di parcheggio in parcheggio, la protagonista Fern svela definitivamente che la sua reale riconciliazione è possibile non tanto tra le badlands e le girls of the north country, quanto al cospetto delle rovine della civiltà di Empire, ghost town di acciaio, lamiera e prefabbricati costruita intorno ad un complesso industriale in Nevada, oggi dismesso.

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Fern d’altronde non trova reale differenza o distacco tra lo scambiare oggetti nei mercatini improvvisati sulle porte dei camper, e l’impacchettare merci tra i corridoi dei magazzini di Amazon: in questo modo la sua vicenda umana tra i detriti della società della produttività obbligatoria si ammanta di un valore universale, che trasla così l’univocità del paesaggio americano in una sorta di veduta astratta. Una desoggettivizzazione dell’aspetto naturalistico (come le rondini nel video al cellulare mandato da Swankie) vicina davvero a certe riflessioni di un sociologo come Rodolphe Christin, e che trova perfetto raddoppio nelle musiche particolarmente invasive di Ludovico Einaudi, le solite note sentimentali di pianoforte che chiariscono definitivamente la trasfigurazione dell’ambiente in ambient (c’è una sequenza in cui Zhao sovrappone la partitura di Einaudi ad una ballad folk che qualcuno sta intonando in mezzo ad un bivacco, quasi ad esplicitare sul serio l’esproprio attuato su un certo canone on the road, ora irrevocabilmente dissestato per finire nel flusso circolare non troppo dissimile alla fine dal trattamento dei panels di Jean-Marc Vallée).

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Tratto dal romanzo di Jessica Bruder, il risultato non è mai troppo ruffiano né marcatamente sfacciato, neanche nelle varie confessioni private che Fern colleziona lungo la via (comprese quelle che riguardano lei, il marito, e la famiglia): Frances McDormand, qui anche produttrice, appare nell’incipit innevato come stesse fuoriuscendo dal set di Fargo, per lanciarsi poi in quella che verrà verosimilmente riconosciuta coma “la” performance decisiva della propria carriera; David Strathairn lavora in fragilissima sottrazione, l’amore giusto sfiorato tra i due è l’aspetto che sprigiona il calore maggiore tra le immagini leggere della cineasta.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.75 (4 voti)
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