Nome di Donna, di Marco Tullio Giordana

La storia di una donna molestata sul lavoro diventa lo spunto per provare ad aprirsi a delle questioni al femminili che sembrano sempre più difficili da raccontare nell’epoca del #metoo

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Quando inizia Nome di Donna non si capisce bene in che epoca siamo. La protagonista si muove su una Fiat Panda anni ’80, trova lavoro nelle campagne lombarde dove si va in giro in bicicletta ed il compagno architetto si porta addosso uno di quei zaini Invicta che andavano di moda almeno 30 anni fa. Poi ad un certo punto il film si apre ed appaiono i modernissimi grattacieli milanesi, gli AirPod, il traffico urbano. E’ come se Marco Tullio Giordana a questa storia di molestie sul lavoro non volesse dare una precisa collocazione temporale, quasi a voler dire che è una prassi a cui a le donne erano soggette nel passato, lo sono nel presente e lo saranno nel futuro, come viene programmaticamente ipotizzato nel finale. Ma in questa sua presa di posizione, elargita con lo sguardo di uno che sa storicamente muoversi con consapevolezza tra la narrazione e la documentazione, c’è così tanto su cui ragionare che, forse, non basterebbe nemmeno il racconto di tre epoche.

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Sarà che siamo nel pieno dell’era #metoo e che abbiamo il nostro archivio visivo così pregnante di riflessioni, ragionamenti e zone grigie, che affrontare l’argomento in un lungometraggio ci sembra così sterile e poco esaustivo. Non è una colpa dell’opera in se, è il ritornare della ricorrente e fastidiosa sensazione di non poter afferrare una risposta definitiva, ma di dover poi rimandare la questione ad un momento successivo di presa di posizione personale. Eppure in questo caso la vicenda era ben circoscritta: quella di Nina (Cristiana Capotondi) che dopo aver subito un’avance dal proprio datore di lavoro, decide di denunciarlo trovandosi di fronte il muro di chi come lei aveva vissuto lo stesso trattamento. E questo ci riporta a pensare a quanto sia più la posizione di potere, che quella strettamente maschile, la causa di una prevaricazione sul più debole, a quanto non esista un fronte comune femminile sulla questione, a quanto i nuovi media possano influire su una colpevolezza morale più che giudiziaria (emblematica in questo caso la battuta che non servono le forze dell’ordine quando ormai si ha a disposizione il web).

Si fa fatica solo a pensare a questi pochi nome di donnaspunti superficiali, figuriamoci se poi si va a pescare tra le sottotrame di religiosi e vittime collaterali. Presumibilmente anche regista e sceneggiatrice si sono trovati ad un certo punto, quanto tutta la vicenda esplode nella seconda parte, trascinati da questi pensieri fluviali che li hanno così tanto inondati da far perdere una rotta precisa ad una narrazione inizialmente molto più focalizzata. Si avverte una vera e proprio apertura, coincidente con il passaggio tra campagna e città di cui sopra, che spiazza ed a tratti infastidisce perché si vorrebbe, almeno una volta, porre fine a questa serie di domande aperte. Si vorrebbe che la vittoria di una fosse la vittoria di tutte. Che la risolutezza di quell’unica donna fosse quella da festeggiare. Invece tutte le note poste a margine ci portano ad empatizzare con chi dubita, e si riduce tutto ad un amaro in bocca.

 


Regia: Marco Tullio Giordana 

Interpreti: Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Bebo Storti, Adriana Asti

Distribuzione: Video

Durata: 98′

Origine: Italia, 2018

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