“Non c’è bisogno di dire tutto”. Intervista esclusiva ad Astutillo Smeriglia

Durante la settima edizione dell’Ennesimo Film Festival, abbiamo incontrato Astutillo Smeriglia, animatore e autore satirico dietro a webserie come Preti, Plochinsky e Il mondo più pazzo del mondo

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Il mio obiettivo è sempre quello di lavorare il meno possibile”, afferma l’autore satirico Astutillo Smeriglia nell’incontro moderato da Mirco Marmiroli dell’Ennesimo Film Festival. Eppure, webserie e cortometraggi del calibro di Preti, Ancora Preti e Vita e opere di Adolf Hitler, di lavoro ne hanno necessitato parecchio, visto che sono realizzati, con dedizione quasi artigianale (Il giorno del jujitsu è stato realizzato interamente con il mouse su Flash, copiando le animazioni di DrangonBall), interamente da Smeriglia. Un impegno ripagato dalle centinaia di migliaia, per alcuni video anche milioni, di visualizzazioni su YouTube e premi per la miglior animazione ai Nastri d’Argento (Il pianeta perfetto e Training autogeno). Unpercorso che lo ha portato a confrontarsi anche con la carta stampata e con il cinema.

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Ecco la nostra intervista esclusiva con Astutillo Smeriglia.

Come è arrivato all’animazione?

Ora non saprei più fare una scomposizione di Fourier, ma quando il suo nome esce fuori in un dialogo di Polchinsky è perché, al tempo, faceva parte delle cose che insegnavo o che studiavo. Mi sono laureato in astrofisica, poi ho preso altre strade, tra cui per un certo periodo anche quella dell’insegnante.

Come vive lo spazio di Internet?

Nell’ultimo cortometraggio dal vivo che ho realizzato, La preziosa anima di Fausto, per evocare Satana c’era un neonato che veniva calciato dalla finestra come un rinvio di un portiere. Quel corto era comunque stato realizzato prima dei social network. Più che la libertà, mi piace di Internet che mi permette di esistere. Senza la rete, se ci fossero solamente i canali di distribuzione normali, io non esisterei. Attraverso Preti in modo particolare, qualcuno ha cominciato a notare il mio lavoro e da lì ho anche cominciato a lavorare con il cinema. Ho collaborato per quattro anni con Luca Miniero, ho collaborato anche con Alessandro Aronadio per Orecchie. Non sarebbe stato possibile senza i video su YouTube.

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Le sue opere si possono vedere sia come episodi sia come cortometraggi. Nella loro costruzione ragiona in termini di storia o di singoli sketch?

Con Preti, sì. Ho pensato prima alla struttura, al percorso e allo stato d’animo dei due personaggi e a equilibrare la prima parte con la seconda parte. Non ha la struttura complessa come quella di un film, ma comunque ha il suo arco. Polchinsky è invece nato come flusso di coscienza. Per esempio, l’insistenza sulla linea del figlio è nata scrivendo, prima era una cosa così, tra le tante. Poi però si è evoluta mentre interrogavo Polchinsky, diventando qualcosa di interessante.

 

Polchinsky segue, quindi, una sorta di flusso di coscienza?

Avevo scritto una roba molto più lunga, doveva durare un’ora e mezza, ma mi sembrava troppo lungo, anche se io sarei andato avanti all’infinito. Ora però aggiungerei un pezzo che alla fine ho lasciato fuori: un pezzo tutto al buio. Sarebbe stato bellissimo perché non avrei dovuto disegnare praticamente niente.

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C’è un’idea di circolarità e di attesa in Polchinsky che mi ha ricordato molto Twin Peaks: the Return.

Quando l’ho realizzato non lo avevo ancora visto, l’ho recuperato molto tempo dopo, solo di recente. Mi ritrovo molto in quella modalità di raccontare, senza che tutto sia ovvio. Lynch viene preso come se mettesse delle cose a caso, ma c’è una storia, che ha un suo senso ma non viene reso esplicito. Per questo dalla versione completa di Polchinsky ho tolto l’episodio intitolato Episodio abortito. Avevo la sensazione che dicesse troppo e certe cose è meglio che non vengano dette.

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