"Non desiderare la donna d'altri", di Susanne Bier


Titolo italiano vanamente "decalogante" per un film piuttosto dialogante, nel suo porre a confronto gli opposti – eppure convergenti (e infine speculari) – destini di due fratelli alle prese con il valore materiale e morale delle loro esistenze. Siamo in ambito danese, del resto, e questa è una cinematografia che, nel bene e nel male, ci ha abituati al faccia a faccia tra la portata epica del sentimenti e la portante quotidiana della tragedia, inarcando storie di ordinaria morale in parabole forgiate al fuoco del destino. Dopo Open Hearts, Susanne Bier torna a esercitarsi sulla triangolazione del desiderio e sul rapporto tra sentimenti e fedeltà in una storia che innesca la miccia familiare con la scintilla del mito di Caino e Abele, pur sempre fondativo del concetto di società. Sicché c'è Michael (Ulrich Thomsen), ufficiale dell'esercito danese in missione in Afganistan coi Caschi Blu, che finisce prigioniero dei talebani ed è dato per disperso, mentre suo fratello Jannik (Nicolaj Lie Kaas), pecora nera della famiglia con alle spalle qualche guaio con la giustizia, trova la retta via affiancandosi alla famiglia di Michael e scivolando in una fatale relazione con la cognata Sarah (Connie Nielsen). L'impianto scelto dalla Bier manifesta subito le maglie larghe della tragedia domestica esposta al peso del giudizio morale contraddittorio, laddove l'organigramma familiare impone ruoli e valori ai suoi membri senza consultare il più complesso tabulato del destino. Tocca allora all'inevitabile torsione etica (ed epica) degli imprevedibili eventi far emergere l'opposizione al luogo comune e mettere Michael nella tragica condizione di rinascere alla società civile col segreto peso di una colpa commessa per necessità di sopravvivenza, mentre Jannik incarna l'innocenza di un tradimento in bianco, incompiuto eppure profondamente vissuto nel suo senso etico. Il film gioca, con la tradizionale intelligenza danese, il senso amletico del marcio che cresce nell'interstizio tra l'essere e il non essere: colpevole/innocente, buono/cattivo, onesto/disonesto, Caino/Abele… Alla regista preme stare dentro la fragranza epica delle emozioni che mette in campo e affidare alla pelle dei suoi personaggi la portata tragica/reale del loro dramma, lasciando che a farsi carico della meccanica degli eventi sia la sceneggiatura scritta per lei dal collega Anders Thomas Jensen (Oscar per il corto Election Night e già autore di tre lunghi). L'effetto sullo spettatore è coinvolgente in maniera immediata, lasciando che il dramma familiare tutto sommato "facile" scavi, goccia dopo goccia, la friabile roccia della nostra morale. La fuga prospettica (e attualistica) fornita dallo scenario di guerra afgano ha l'effetto immediato di proiettare il microdramma domestico nello psicodramma della guerra globale, ma è utile soprattutto a mostrare la trave nell'occhio del mondo riflessa nella pupilla dell'individuo, lacrimante per la classica pagliuzza… Connie Nielsen fa finalmente il suo debutto in patria e mostra istinto e sensibilità, stretta nella morsa di Ulrich Thomsen e Nicolaj Lie Kaas, volti noti e bravi del cinema danese, che ormai anche il pubblico italiano dovrebbe imparare a conoscere.


Titolo Originale: Brodre (Brothers)
Regia: Susanne Bier
Interpreti: Conniel Nielsen, Ilrich Thomsen, Nikilaj Lie Kaas, Bent Mejding, Solbjorg Hojfeldt, Sarah Juel Werner, Rebecca Logstrup, Bjarne Antonisen
Distribuzione: Teodora
Durata: 110'
Origine: Danimarca, 2005