Non odiare, di Mauro Mancini

Non odiare sembra schierarsi con la forza di una dichiarazione urgente alla Settimana della Critica di Venezia77 e insieme in sala, nelle stesse terribili giornate del vile omicidio di Willy Monteiro Duarte a Colleferro, di Black Lives Matter che infuoca la strade d’America sotto campagna elettorale e ancora in cui le braccia ad X sul petto ricordano dalle foto profilo Chadwick T’challa Boseman, mentre al Lido si dibatte sulla legittimità del cinema di scardinare la necessità dell’impegno obbligatorio quando si riprende il Medio Oriente. L’esordio di Mauro Mancini ribadisce proprio la domanda alla base della vocazione sociale del medium: il cinema può ancora tracciare una posizione, indicare una direzione etica non solo all’uso dei segni e delle immagini, ma al loro farsi discorso nella realtà e nel quotidiano? Chi è insomma quel bambino che nel finale tende il braccio destro nel gesto del saluto romano di fronte alla lapide del padre, e cosa significa nel 2020 un’azione simile? Nello sguardo di Sara Serraiocco, la sorella maggiore, che da lontano scopre il riflesso condizionato del fratellino educato alla reverenza fascista, c’è l’abisso del presente italiano (e non solo), e il senso profondo del film di Mancini: da dove viene questo virus? Non avevamo trovato il vaccino decenni fa?

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Il regista rifugge da subito qualunque tentativo di indagine sociologica o antropologica, optando per una narrazione e una messinscena minimale, geometrica come le insistite riprese dall’alto o a spiare da lontano da angoli nascosti (lo sguardo di quale entità giudicante?), e traccia le rette di Simone e di Marica lasciando che a parlare sia l’enorme spazio vuoto condiviso nella sontuosa casa di lui, dove la ragazza viene chiamata a fare le pulizie. Ancora una volta queste case-set reggono la metafora del nostro cinema, in contrasto con la casa abbandonata del padre di Simone, stracolma di cianfrusaglie. Tra le ruote di questo amore impossibile, giusto accennato, forse solo sognato come quando guardiamo gli aerei attraversare le nuvole in cielo, ci si mette la rabbia cieca ed ereditata di Marcello, il fratello neofascista tutto rituali tribali e manifestazioni di virilità coatta – ma quella è la parte alla fine meno interessante del racconto, anche perché Mancini non sembra mai veramente interessato ad uno spaccato reale del sottobosco nero.

Il discorso, più che politico, è smaccatamente intimista, tutto in sottrazione, silenzi e sospiri, abbracci e lacrime (funziona assai meno tra l’altro quando tenta dinamiche un po’ traballanti di cravattari e agguati all’arma bianca…), a seguire l’esplosiva situazione d’apertura (ispirata a una storia vera), con questo medico ebreo (Alessandro Gassmann) che lascia morire un uomo dopo averlo inizialmente soccorso da un incidente d’auto, quando scopre che quello ha tatuaggi inneggianti le SS e il nazismo. Ma alla fine, tra la riconciliazione postuma di Simone con il ricordo del padre deportato ai campi di concentramento, e Marica che si assume le proprie responsabilità di sorella maggiore, il vero protagonista nascosto di Non uccidere è forse proprio il fratellino più piccolo, quello che vediamo poco nel film ma che ci lascia con il dubbio più grande riguardo al nostro dovere di farci modello, punto di riferimento, singolo e società.

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Regia: Mauro Mancini
Interpreti: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic, Lorenzo Buonora, Cosimo Fusco, Lorenzo Acquaviva
Distribuzione: Notorious Pictures
Durata: 90′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
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Il voto dei lettori
3.43 (7 voti)

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