Non si può morire ballando, di Andrea Castoldi

Al suo terzo lungometraggio, Castoldi affronta il tema della malattia imboccando la via del flusso sentimentale mnemonico. Tra psicodramma e metafore di vita, un film sull’importanza delle emozioni

Gianluca e Massimiliano, fratelli di età e temperamento dissimili, all’improvviso si ritrovano a mettere in pausa le rispettive vite private per condividere il tempo infinito della malattia. Gianluca (Salvatore Palombi) è affetto dalla rara sindrome delle “cellule dormienti”, della quale rimangono del tutto sconosciute cause ed eventuali cure mediche; Massimiliano (Mauro Negri), il fratello maggiore commercialista, decide allora di impiegare ogni sua energia nel tentativo di alleviare gli ultimi mesi di vita dell’uomo, mirando alla guarigione persino attraverso strade inesplorate dalla medicina tradizionale, come la cosiddetta “terapia delle emozioni”.

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Il cinema italiano recente ci ha spesse volte sottoposto il tema della malattia e della tormentata preparazione al momento ultimo, dividendosi tra aperture poetiche dell’immagine e collage di gesti semplici (Euforia) e picchi tragicomici, momenti in bilico tra riso e pianto che guardano alla migliore tradizione nostrana (Domani è un altro giorno). Il terzo lungometraggio di Andrea Castoldi (Ti si legge in faccia; Vista Mare) riecheggia il filone ospedaliero (La linea verticale) posizionandosi al limite tra il metafisico e l’utopia d’amore: in quello spazio in cui immaginazione e realtà convivono per un attimo prima che la morte subentri a suon di «è la vita, non c’è una magia», equivalente al durissimo «succede» pronunciato da Mastandrea in riferimento al male di Giallini.

Il film di Castoldi intende sposare la via del flusso ininterrotto d’emozioni, facendo uso di forti accenti drammatici che, almeno inizialmente, strapazzano il rapporto tra fratelli, rallentando i ritmi con l’uso di dolenti voice-over e il carico pesante della questione della fede. Ma il film finisce presto per emanciparsi dall’ingolfata sostanza narrativa, imboccando la via – quasi onirica – del ricordo e della metafora sentimentale, laddove all’azione del personaggio subentra la sua memoria emotiva, carica di frammenti temporali sparsi tra brandelli d’interiorità. Siamo molto lontani dalle falde ingannevoli di Valerio Mieli; molto più dalle zone della rappresentazione teatrale di gesti del passato: e da qui l’importanza della ricerca degli attori che riporteranno alla ribalta un vecchio sentire di momenti indelebili, come fosse uno psicodramma curativo da interpretare per conto d’altri.

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L’immagine, allora, si sdoppia tra cinema e recita teatrale; tra attori che si danno il cambio a seconda dei momenti da rivivere; tra persona e maschera dell’attore (e non a caso, in teatro, si sta provando un dramma pirandelliano). L’interpretazione della messa in scena finisce per traboccare dal vaso finzionale, incontrando infine il corpo vero (la cicatrice in bella mostra di Gianluca), i personaggi reali (la figlia adolescente venuta a trovarlo in ospedale) e accedendo ai luoghi dei ricordi (il locale country dove balleranno nel finale). Per un attimo, allora, il cortocircuito mnemonico riesce a sospendere il presente, costruendo una nuova versione di un ricordo/luogo del passato in cui Gianluca potrà essere veggente e protagonista in pari tempo. Sospensione temporale esorcizzante nei confronti della morte, che ritorna anche stavolta con le sembianze del ballo o del – morettiano – momento corale cantato in auto, a ricordarci – in una forma tutta italiana – che a contare non sono le parole recitate a memoria, ma il cuore e le emozioni dei singoli momenti.

 

Regia: Andrea Castoldi
Interpreti: Salvatore Palombi, Mauro Negri, Gianni Quillico, Danny Duyko, Jvonne Giò, Lorenza Pisano, Rebecca Amodeo, Valentina Scuderi, Alessandra Brambilla, Marco Speziali  
Distribuzione: Distribuzione Indipendente
Durata: 85′
Origine: Italia, 2019

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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