Non siamo più vivi, di Lee Jae-kyoo e Kim Nam-su

La serie Netflix dialoga con i codici dello zombie movie per articolare un intenso racconto di formazione. Riflette sull’attuale scenario pandemico, attaccando il classismo ancora vigente in Corea

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Sin dai tempi de La notte dei morti viventi lo zombie movie si è presentato come veicolo naturale attraverso cui dispiegare un sottotesto politico/sociale, una cornice di genere dallo statuto problematico, dove la figura del non-morto assurge a simbolo, sineddoche e materializzazione del contenuto critico di riferimento. Una metodologia di cui Non siamo più vivi fa evidente sfoggio, per estenderne il campo di indagine verso orizzonti altri, in netta continuità con l’evoluzione esperita dal genere. Se il film capostipite di Romero presenta gli zombie non solo come fulcro della narrazione, ma come centro speculativo da cui generare fisicamente la materia critica del racconto, la serie Netflix de-politicizza i non-morti – che non portano più sul loro corpo il fardello polemico – per configurarli quale espediente narrativo attraverso cui giungere ad una critica del classismo ancora vigente nel paese coreano. Sono qui i giovani protagonisti in carne e ossa, e non i morti viventi, ad essere schiacciati dal sistema. Solamente loro, in quanto rappresentanti del “proletariato”, vengono relegati ai margini della società, motivo che li spinge a combattere contro i veri “mostri”.

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L’originalità di Non siamo più vivi sta proprio nell’integrare i topoi narrativi ed estetici del genere zombie in un racconto di formazione. Rispetto ad un film come Train To Busan – principale referente filmico della serie, tanto da essere più volte citato dai giovani personaggi – dove i protagonisti dell’azione sono comunque adulti, Non siamo più vivi, in aperta continuità con il coming-of-age movie, si serve dei codici rappresentativi del genere zombie per mettere in moto i percorsi di crescita dei protagonisti. Ambientando la storia in un liceo – dove un virus creato artificialmente e diffusosi tramite un animale (ricorda qualcosa?) trasforma geneticamente gli incolumi studenti in fameliche creature redivive – la serie non si sottrae dall’operare all’infuori di quella cornice, inglobandone gli specifici codici di riferimento. Tutto ciò che rende tale un racconto di formazione – dal cameratismo ai legami affettivi, dall’ambiguità dei rapporti sentimentali all’esplorazione identitaria, dalla fragilità emotiva a episodi di alienazione giovanile, passando per una buona dose di umorismo adolescenziale – assume qui una centralità nevralgica tale da costituire il corpus rappresentativo della narrazione. Non solo tesse le fila del racconto, essendone il centro speculativo da cui emerge l’intreccio ad incastro delle diverse storylines, ma diviene il mezzo per veicolare la critica sociale. Nel mettere in scena un sistema che relega ai margini societari i giovani protagonisti, costretti ad affrontare da soli la minaccia apocalittica in assenza di uno Stato che li protegga, Non siamo più vivi rievoca il passato militarista della nazione e il classismo che da esso deriva, per mostrare come in Corea la classe subalterna – in questo caso quella giovanile – venga ancora dimenticata dall’establishment politico.

E per quanto la narrazione sia tutta focalizzata sulla costruzione/dissoluzione dei legami affettivi, secondo una metodologia tipica dello zombie movie (e del coming-of-age), la serie non perde di vista la sfera del presente. Tra contagi epidemici, rapide infezioni, non-morti equiparati agli infetti asintomatici, quarantene e ipotesi di lockdown, Non siamo più vivi costruisce un continuo e reiterato rapporto dialogico con l’attuale scenario pandemico (con le riprese stesse che sono state più volte interrotte per il progressivo aumento dei contagi in Corea). Una storia dalla forte “contaminazione” (di generi e non) che si pone come naturale erede di Squid Game non solo per l’abito produttivo, ma anche per la riflessività degna di un racconto incontrovertibilmente iscritto nella sfera sociale del suo paese.

 

 

Titolo originale: Jigeum Uri Hakgyoneun
Regia: Lee Jae-kyoo, Kim Nam-su
Interpreti: Yoon Chan-young, Park Ji-hu, Cho Yi-hyun, Lomon, Lee Yoo-mi, Ham Sung-min, Kim Ju-a, Kim Bo-yoon, Kim Jin-young, Lim Jae-hyuk, Ahn Seung-kyoon, Son Sang-yeon, Kim Jung-yeon, Ha Seung-ri
Durata: 735′
Distribuzione: Netflix

Origine: Corea del Sud, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
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