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Non solo Emilia Pérez. Quando la campagna per gli Oscar deraglia

Gli Oscar sono da sempre politici e la politica da sempre influenza gli Oscar. Le faide hollywoodiane più celebri da La battaglia di Alamo a Emilia Pérez, passando per Weinstein e Spielberg

“Muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo” diceva Harvey Dent in una delle scene più celebri de Il cavaliere oscuro per sintetizzare la sua parabola discendente. In questa storia, l’eroina era Karla Sofía Gascón, protagonista della chiacchierata opera di Jacques Audiar, Emilia Pérez.

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Volto di un film che sembrava avesse folgorato molti al 77° Festival di Cannes portando a casa il Premio della Giuria, vincitrice di uno storico Prix d’interprétation féminine (assegnato in gruppo anche alle colleghe Selena Gomez, Adriana Paz e Zoe Saldana), prima attrice transgender a ricevere la nomination come miglior attrice protagonista alla 97° edizione dei premi Oscar. Insomma, Karla Sofía Gascón era pronta a prendersi tutta la scena e a brillare, ma nelle ultime settimane la situazione è rapidamente degenerata verso il disastro.

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Certo, le accuse di superficialità mosse dalla comunità LGBTQ+ e la rabbia dei messicani nel vedere il loro paese rappresentato in modo così stereotipato, erano già un bel campanello di allarme per Emilia Pérez. Ma adesso, con Gascón trasformata nel villain della storia a causa dei suoi tweet denigratori e fuori luogo, e nonostante sia già stata abbandonata da regista, colleghe e casa di produzione, l’originale musical moderno di Netflix rischia di veder sfumare nel nulla le sue 13 nomination agli Oscar.

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Il caso Emilia Pérez mescola elementi di critica culturale con le impronte incancellabili dei social media, ma di certo non è il primo esempio di una rovinosa campagna Oscar. La storia di queste premiazioni, infatti, è costellata da scelte di comunicazione che hanno causato più danni che vantaggi.

“Ricordatevi dell’Alamo!” dice The Hollywood Reporter, perché “la campagna eccessiva e iperbolica che ha circondato La battaglia di Alamo di John Wayne del 1960, gran parte della quale si è svolta sulle pagine di The Hollywood Reporter, rimane una lezione pratica su casa non fare”. Il primo lungometraggio di Wayne, nonostante le recensioni contrastanti, ottenne 7 nomination agli Oscar tra cui miglior film. Ma la spropositata campagna patriottica e la scelta dell’attore Chill Wills di pubblicare un annuncio che recitava “Noi del cast di Alamo stiamo pregando più intensamente di quanto i veri texani abbiano pregato per le loro vite ad Alamo affinché Chill Wills vinca l’Oscar come miglior attore non protagonista”, non fu assolutamente apprezzata dagli elettori dell’Academy. Alla 33° edizione degli Academy Awards, La battaglia di Alamo portò a casa un solo Oscar, per il sonoro.

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All’inizio del 1986, l’adattamento cinematografico di Steven Spielberg de Il colore viola di Alice Walker, coprodotto e musicato da Quincy Jones, veniva pubblicizzato come uno dei contendenti più forti dell’anno per gli Oscar. La statuetta per miglior attrice non protagonista sembrava essere già nelle mani di Margaret Avery. L’attrice, però, l’ultimo giorno di votazioni decise di pubblicare un annuncio che la mostrava nei panni del suo personaggio e includeva una confusa lettera a Dio. Ecco, anche in questo caso l’Academy non fu entusiasta. Il colore viola perse tutte le 11 nomination e il premio per l’attrice non protagonista andò ad Anjelica Huston per L’onore dei Prizzi.

La febbre da Oscar è un virus potente, che contagia anche i più insospettabili, e “l’errore di comunicazione” è sempre dietro l’angolo. La 75° edizione degli Oscar fu uno scontro tra titani che coinvolse Martin Scorsese e Roman Polański. Nel marzo 2003 il Los Angeles Times riferì che la Miramax Film Corp., cofinanziatore e distributore di Gangs of New York di Scorsese, aveva “arruolato il regista premio Oscar ed ex presidente dell’Academy Robert Wise per scrivere un articolo di raccomandazione per Scorsese come miglior regista”. L’articolo fu poi utilizzato come testo pubblicitario sui giornali, ma Wise poco dopo ammise di non averlo scritto lui stesso (scritto in realtà dal veterano addetto stampa dei premi Murray Weissman).

Nel frattempo, sempre sul Los Angeles Times appariva lo storico editoriale “Giudica il film, non l’uomo” scritto dalla sopravvissuta all’aggressione sessuale di Roman Polański. Il film in questione era Il pianista. Il regista polacco, come è noto, nel 2003 si trovava già “in esilio” in Francia dopo essere scappato da Los Angeles prima di essere condannato per abuso sessuale su minore.

“Credo che il signor Polanski e il suo film debbano essere onorati in base alla qualità del lavoro. Ciò che fa per vivere e quanto è bravo non hanno nulla a che fare con me o con ciò che mi ha fatto. […] Penso che i membri dell’Academy dovrebbero votare per i film che ritengono meritevoli.” scrisse Samantha Geimer. E in effetti, nella dura lotta per la categoria miglior regista, tra Martin Scorsese e Roman Polański, il secondo ebbe la meglio. Mentre Gangs of New York, dopo lo scandalo Wise, perse tutte le sue 10 nomination.

In questa rassegna di sorprendenti campagne Oscar, non poteva mancare quello che è considerato da molti il colpo di scena più grande della storia degli Academy Awards: la vittoria della commedia romantica Shakespeare in love su Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg. La faida tra il produttore Harvey Weinstein e il regista pare sia iniziata con Schindler’s List, dramma sull’Olocausto che ha battuto The piano sostenuto dalla Miramax (casa di produzione di Weinstein). Di fatto, il produttore di Shakespeare in love condusse una campagna aggressiva e profondamente controversa, finendo per strappare la statuetta sicura di Spielberg in quello che molti considerano il più grande sconvolgimento della storia per il miglior film.

#Blacklivesmatter e #OscarsSoWhite. Ci avviciniamo al presente e di conseguenza la guerra diventa social, a colpi di hashtag e attivismo. Dieci anni fa l’Academy assegnava tutte le 20 nomination per la recitazione ad attori bianchi, ispirando l’hashtag creato da April Reign. Al centro del dibattito originale #OscarsSoWhite c’era Selma, il film di Ava DuVernay su Martin Luther King, Jr. e il movimento per i diritti civili. Considerato uno dei primi favoriti per i premi, alla fine fu candidato solo nelle categorie miglior canzone e miglior film, con DuVernay e la sua star, David Oyelowo, rimasti senza riconoscimento.

In risposta alle polemiche, un elettore anonimo dell’Academy disse “Ciò che nessuno vuole dire ad alta voce è che Selma è un film ben fatto, ma non c’è arte in esso. […] Quando un film sui neri è bello, i membri lo votano. Ma se il film non è così bello, dovrei votarlo solo perché ci sono dei neri? Devo dirtelo, quando il cast si è presentato con delle magliette con scritto “I can’t breathe” [alla loro première a New York], ho pensato che quella roba fosse offensiva. Volevano essere conosciuti per aver fatto il miglior film dell’anno o per aver creato problemi?”

Insomma, la manifestazione degli Oscar da sempre è politica e la politica da sempre influenza gli Oscar. Tra la notte del 2 e 3 marzo si vedranno gli effetti della campagna accidentata di Emilia Pérez. Delle 13 nomination ricevute, quante statuette porterà a casa?

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