Normal, di Adele Tulli

Il genere oggi è un campo di battaglia, dice Adele Tulli, documentarista classe 1982 di stanza tra Roma e Londra, già autrice di due titoli di un certo successo festivaliero, 365 Without 377 e Rebel Menopause. Una battaglia che si combatte attraverso una delle azioni più cruciali del processo di autorappresentazione in cui è immerso il contemporaneo: la ridefinizione.


Ridefinire il concetto di “normale” implica scoperchiare tutte quelle strutture sociali e familiari che veicolano pensieri e comportamenti forzati secondo regolamenti e indicazioni giudicati come inscalfibili, comuni, consueti.
E così Tulli compie il suo viaggio in Italia alla ricerca di situazioni in cui lo scontro di genere è storicamente sedato da abitudini e rituali pubblici mai messi in discussione: dalla spiaggia alla cerimonia di matrimonio con relativo album fotografico di tragicomiche repliche canonizzate della felicità coniugale, dal concorso di bellezza alla gara di minimoto, dalla signing session con la teen-star metrosexual ai corsi motivazionali. La regista cattura composizioni di un reale che ha già oltrepassato la propria deriva grottesca (la ginnastica in parco per le mamme con passeggino…), una realtà post- che si aggrappa disperatamente alle proprie forme svuotate di senso per mascherarsi il tempo necessario a sorridere all’obiettivo (che ormai non mette a disagio più nessuno, anzi viene ricercato con forza, dato che Tulli tende a non nascondere il dispositivo).

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Il risultato è così a metà strada tra un mondo movie sabotato e rovesciato, e un’indagine nello stile dei grandi dinamitardi queer come Cane Capovolto, ma senza l’acida lucidità corrosiva e il rigore scientifico letale del collettivo catanese – i lunghi tempi di lavorazione e una certa passione per la prospettiva estetizzante e un po’ blasé, nonché il gioco scoperto tra osservazione e ricostruzione, l’ambiguità reiterata tra finzione e verità, accomunano lo sguardo di Tulli forse maggiormente alla scuola del Gianfranco Rosi più “leggero”, una sorta di Sacro GRA esteso alla penisola della “mascolinità tossica” (discoteche estive con ragazzi esagitati “a caccia”, modelle svestite nelle fiere di automobili preda dei video accaldati degli avventori, varie lezioni educative in contesti diversi ad una femminilità sottomessa…).

L’affondo arriva allora così solo a sprazzi: la sensazione è quella che la raccolta di materiale, partita come una ricerca accademica, avrebbe avuto bisogno di maggiore respiro e una selezione più ampia di “casi” e esemplificazioni per riuscire ad innescare realmente nello spettatore quelle connessioni e quelle scintille che rischiano di restare nelle intenzioni.
Quando funziona, Normal riesce però ad aprire una serie di falle nei confini tracciati nel tempo di una quotidianità che consideriamo destinata a ripetersi all’infinito e per inerzia: la nascita di una sensibilità nuova, cangiante e fluida pone le sue basi innanzitutto da come decidiamo di raccontare noi stessi e la nostra natura davanti alle istituzioni e agli spazi comunitari che ci chiedono, costantemente e ripetutamente, di autodichiararci.

 

Regia: Adele Tulli
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Durata: 70′
Origine: Italia/Svezia 2019