Notte sulla città, di Jean-Pierre Melville

“Invece di imparare la grammatica, l’aritmetica, la storia, la geografia, le scienze naturali, aveva imparato a dormire da sveglio un sonno che mette al riparo e restituisce agli oggetti il loro vero significato.” Jean Cocteau

 

Il cinema di Jean Pierre Melville si è sempre distinto per una certa indipendenza narrativa così da scivolare senza ostacoli dentro i tormenti esistenziali dei suoi protagonisti. Il polar, il romanzo di formazione, la vicenda di guerra sono sempre state il pretesto per riplasmare la materia e donarle un punto di vista ribaltato. Se volessimo giudicare Notte sulla città sulla base di una presunta aderenza al cinema classico americano rischieremmo di mancare clamorosamente il senso dell’operazione. Jean Pierre Melville parte da John Ford, John Huston, Howard Hawks, Fritz Lang ma li complica rimescolando la morale dei personaggi in uno spleen baudelairiano. Un Flic (un poliziotto) porta all’estremo la filosofia del dormire da sveglio dei “ragazzi terribili” di Cocteau: Simon (Richard Crenna), Cathy (Catherine Deneuve) e il commissario Coleman (Alain Delon) continuano a scambiarsi sguardi e cenni d’intesa. La loro complicità, cosciente e subcosciente, riflette la consapevolezza di essere contemporaneamente soggetto e oggetto di desiderio. Il commissario con il suo imprescindibile trench vaga nella Parigi notturna e incontra omosessuali derubati da giovani gigolò (il commendatore in vestaglia ricorda tantissimo quello di Un maledetto imbroglio di Pietro Germi), prostitute dalla faccia di bambola (un misto tra il travestito Gaby e la femme fatale Cathy), un trio di ladri che sembra uscito da un film di Jacques Tati. Ad un certo momento lo sguardo spento e disilluso di Alain Delon si ferma sul viso pietrificato di una prostituta assassinata: il campo- controcampo rivela la consapevolezza che quell’ombra perenne che appare e scompare tra la nebbia e l’oscurità non è altro che la morte. Morte di sé e dell’altro da sé.

notte sulla città alain delonMelville lavora molto sul paesaggio esterno per farlo coincidere con quello interiore: la lezione di Antonioni è particolarmente evidente nell’incipit. Una forte bufera si abbatte durante una rapina in banca: il paesaggio è tipicamente invernale, una grande onda modello Hokusai sembra sparigliare le immagini. Il vento impetuoso, la pioggia incessante sono amplificati da un sonoro strabordante: il rumore del mare, i versi dei gabbiani, il rombo del motore. Le stesse costruzioni architettoniche sembrano uscite fuori da un quadro di De Chirico (c’è pure un commissariato di polizia dalle forme moderniste di Antoni Gaudì).

Ma è nella scena al Louvre che il regista francese trasforma la potenza immaginifica in atto registico: prima si sofferma su un paesaggio invernale perturbante di De Vlaminck (che verrà omaggiato più avanti in una veduta notturna all’esterno di un nightclub) e poi passa all’autoritratto di Van Gogh fissato dal ladro Simon con scrupolosa attenzione (notate la concordanza tra i cappelli). Siamo tra il post-impressionismo e l’ espressionismo, dal guardare si passa ad indagare, per restituire agli oggetti il loro vero significato. L’oggettivo è filtrato dalla lente d’ingrandimento della sensibilità soggettiva in un tono malinconico, da lungo addio. Ecco perché i film di Melville sembrano tutti un corpo a sé stante, come provenissero da un altro pianeta: il classico e l’astratto coabitano insieme fino alla totale scomposizione del reale.

notte sulla cittàMelville dissemina il proprio film di indizi (i nomi dei protagonisti di suoi precedenti film scritti sulle pareti di un appartamento, Bob, Gustav Minda, Jef Costello richiamano Bob le flambeur, Le deuxième souffle e Le samouraï) di allusioni sessuali (guardate bene lo scambio di sguardi tra il commissario Coleman e il travestito), di provocazioni (i modellini evidenti di treno ed elicottero) e poi si prende tutto il tempo del mondo (20 minuti) per descrivere la meticolosa svestizione/vestizione di Simon nella rapina al treno. Non è un caso che Notte sulla città sia stato preso a modello da autori come Michael Mann (Heat) e Kim Jee-woon (A Bittersweet Life) proprio per questa lucida consapevolezza dei personaggi di giocare una partita a scacchi con la morte. Il faccia a faccia conclusivo tra i due protagonisti avviene sotto gli occhi dell’angelo della morte Cathy; tutto adesso acquista un significato e quando si finisce nel “cerchio rosso” non si può che avere due possibilità: morire o continuare a fuggire.

 

Titolo originale: Un flic

Regia: Jean-Pierre Melville

Interpreti: Alain Delon, Richard Crenna, Catherine Deneuve, Riccardo Cucciolla

Durata: 100′

Origine: Francia 1972

Genere: poliziesco