Notturno, di Gianfranco Rosi

Tre anni di esplorazione nelle zone di confine tra il Libano, la Siria, l’Iraq e il Kurdistan. Zona calda, di guerre, eccidi, dittature oppressive e democrazie fragilissime, di intolleranze religiose e popoli in fuga. Già l’aria dell’impresa dovrebbe blindare il film, starne a garanzia. E Gianfranco Rosi, scommettiamo, lo sa bene. Ma la verità è che, muovendosi lungo la frontiera, incontra una terra sospesa, una specie di limbo. Quasi fossimo nel deserto dei Tartari, con quella fortezza iniziale, abbandonata nel nulla, in attesa di un attacco che ancora non si annuncia. E, in effetti, la guerra e la violenza non si vedono mai davvero, se ne mostrano le macerie e le ferite, poi si sente negli spari in lontananza, si avverte nei fuochi che si alzano all’orizzonte. Ai bambini viene affidata la memoria dell’orrore, con una scelta “narrativa” ancora una volta scopertamente metaforica. Per il resto si sta in un tempo incerto, tra il giorno e la notte, al crepuscolo o all’alba, là dove, oltre tutto, oltre i traumi e i drammi, puoi intravedere anche una possibilità, una scintilla resistente.

È in questa capacità di far intuire architetture di mondi immaginari, ancora una volta, il fascino di Gianfranco Rosi. Si aprono squarci di visioni aliene, paludi avventurose, cascate che fanno franare strade e su cui volano macchine, presenze avvertite in un richiamo o in un colpo. Come se la materia bruta del reale fosse davvero quasi solo il cemento a cui poi dar forma e movimento, un pretesto su cui costruire una specie di fuga fantastica, un accordo personale. Il riferimento del titolo è ai Notturni di Chopin, ma potrebbe benissimo anche star a indicare queste incertezze ed equivoci della visione, queste zone di fusione tra la luce e l’oscurità. Là dove qualcuno potrebbe anche avanzare dubbi di tipo morale su certi eccessi estetizzanti, su certe pose “titaniche” del personaggio in missione. E, in effetti, c’era chi mugugnava alla fine in sala, magari in una giravolta “plateale” , addebitando a Rosi il solito eccessivo intervento sulle immagini e sulle situazioni. Eppure, questa volta l’artificio sembra meno invasivo, meno in cortocircuito rispetto al passato, a film che, alla fine, abbiamo comunque sentito di dover difendere, perché, appunto, avvertivi la suggestione di un’intuizione, la forza o l’ossessione di un personaggio. E qui, ancora una volta, riusciamo a legarci a dei volti. I pazienti di un ospedale psichiatrico che imparano a memoria le battute di una rappresentazione teatrale sulla patria e la democrazia in pericolo (cosa c’è di più retorico, in fondo? Lo svelamento è già tutto qui). O il ragazzo che usa le armi in un altro senso, andando a pesca o a caccia di uccelli, proprio come il piccolo Samuele di Fuocoammare che tirava di fionda. Richiamo interno di un cinema smaliziato. Ecco, forse, a proposito di Rosi, dovremmo definitivamente abbandonare la prospettiva del documentario. Pensare invece alla visione di esploratore dannunziano di selve sconosciute, mondi ancora non tramontati, ancor non sorti.

 

Regia: Gianfranco Rosi
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 100′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
2.75 (8 voti)

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