Nuclear, di Oliver Stone

Il documentario di Oliver Stone è un atto di proselitismo per l’atomo, che si rifiuta di includere punti di vista diversi per creare il dialogo necessario a una tematica complessa. Fuori Concorso

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Siamo stati cresciuti per temere il nucleare”, ci dice in una delle prime scene di Nuclear la voce di Oliver Stone. Sullo schermo, scorrono immagini d’archivio di esplosioni nucleari, simulazioni di procedure di sicurezza nelle scuole americane, scene tratte da film catastrofici. Prima, però, il regista di Platoon aveva mutuato le parole dalla fisica polacca Marie Curie ricordando allo spettatore che “non c’è nulla da temere, solo da capire”. L’orientamento del documentario presentato fuori concorso alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia è chiaro: l’uranio è un elemento naturale, le centrali sono diventate più sicure, le scorie prodotte così poche da essere irrilevanti a livello di impatto e facili da gestire.

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Il dubbio non crepa mai la granitica devozione nei confronti del valore salvifico dell’atomo di Stone e del co-sceneggiatore Joshua S. Goldstein, autore del libro su cui si basa il documentario, A Bright Future. Questo perché attorno a questo punto di vista viene costruita una barriera protettiva, completamente impermeabile al dialogo. La tecnica utilizzata è quella di avvalorare la propria idea con qualsiasi frammento disponibile, anche decontestualizzato se necessario, cercando di screditare l’opposizione. Un metodo forse politico, sicuramente non scientifico.

 

Così, i gruppi ambientalisti sono prima assoggettati dalla paura e manipolati dal grande complotto dell’industria del fossile, per poi diventare terreno fertile per l’attivismo glamour fatto di concertoni e mega-eventi. Una tattica talmente ben orchestrata che molti paesi hanno deciso di smantellare diverse centrali nucleari. Il risultato? Come nel caso della Germania, miliardi di investimenti gettati su solare ed eolico, incapaci di colmare il vuoto degli idrocarburi, figurarsi di coprire un fabbisogno mondiale in crescita. Non come la Francia, che con l’atomo è riuscita a soddisfare gran parte della sua domanda senza emettere una molecola di anidride carbonica. O come la Russia, all’avanguardia grazie alle sue centrali “autofertilizzanti”, presentate in maniera tanto entusiasta da far pensare a uno schiaffo al principio di conservazione. Fukushima diventa “il primo disastro con 0 morti”, mentre Chernobyl, se si fanno i conti con la matematica di Nuclear, ha fatto solamente qualche migliaio di morti.

L’emergenza climatica e il suo sottocapitolo energetico sono problemi di enorme complessità e una semplificazione come quella di Nuclear non può che essere nociva. Perché è vero che un atteggiamento universale è più che necessario, ma bisogna ricordarsi che non bisogna cadere nel rischio di cercare una soluzione uguale per tutti, dimenticandosi dell’esistenza di contesti ed esigenze totalmente diversi tra loro. L’energia solare non avrà lo stesso margine di miglioramento per la Germania e per l’Italia. Così come per la Francia avrà più senso fare affidamento sulle centrali già costruite per il suo mix di fonti rinnovabili, mentre per l’Italia investire sulla costruzione decennale di nuove centrali molto meno, se non nessuno. Consigliamo, allora, al regista di Platoon, in occasione della sua permanenza veneziana, di passare alla terza edizione del Venice Climate Camp organizzato al lido. Magari lì troverà il dialogo che manca nel suo documentario.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1
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Il voto dei lettori
3.84 (77 voti)
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